Quattro giorni a Innsbruck alla scoperta della (nuova) ferrata dove volano le aquile

Arrivare a Innsbruck dal Nordest italiano è entrare in un mondo fatato, fatto di monti e paesaggi mozzafiato. Un viaggio pure comodo: i treni Db-Obb collegano cinque volte al giorno in andata e in ritorno città come Venezia, Padova e Verona verso il Tirolo. Quasi tutti hanno a bordo il vagone per le biciclette, la prima classe sembra un salotto e il vagone ristorante permette di pranzare con abeti e pini che scorrono fugaci dal finestrino. Per orari e prenotazioni www.megliointreno.it. Una volta scesi ad Innsbruck, dalla stazione al centro storico, quello della via pedonale Maria Theresien Strasse sono cinque minuti a piedi.

Tra le mille possibilità che la città propone, ecco una ipotesi di viaggio per chi ama il trekking e le montagne. Con una precisazione: dai tacchi a spillo agli scarponi per i sentieri a queste latitudini ci si impiega un attimo, il tempo di prendere una funivia tanto tecnologica e futurista che sembra un tram. Ma le montagne si inerpicano su a due, tremila metri in un attimo. Dunque, meglio il periodo tra fine giugno e i primi di settembre, che poi tutto viene sepolto da metri di neve.

Di hotel, in centro, ce ne sono a centinaia. In occasione del press tour internazionale di fine giugno – due giornalisti italiani, due francesi, un olandese e uno della Repubblica Ceca – dedicato ai sentieri di alta quota nel parco naturale Karwendel noi ad esempio siamo stati alloggiati al “Stage 12” (www.stage12.at) che ha il merito di aprirsi sulla piazza principale della città dopo una galleria dal sapore barocco. Pronti, via: è pure fulcro per visitare le bellezze del centro storico, lo stesso che a Natale viene invaso dalle celebri bancarelle natalizie.

Ma la nostra meta erano i monti. E così, cinque minuti di passeggiata e siamo sul tram-funivia di Innsbruck, che porta direttamente in cielo. Ecco il primo suggerimento per un aperitivo che possa anche essere didattico sui monti. Recatevi all’Umbruggler Alm, un rifugio modernissimo, che riutilizza i materiali del luogo e che dopo tante discussioni sull’opportunità di portare tra i monti architetture futuristiche adesso è metafora di un progetto riuscito e raffinato. Di sera, diventa locale glamour per chi ha la forza di camminare una mezz’oretta in salita e la voglia di portarsi una piccola pila per il ritorno. Di giorno, è il museo didattico perfetto per chi vuole conoscere il parco di Karwendel: il “plastico” tridimensionale, realizzato tutto in legno massiccio, è emozionante. Una mano sapiente ha scolpito tutte le valli e le vette del parco nazionale che Austria e Germania si dividono. Un cervello tecnologico ha piantato sul soffitto un proiettore che cambia luci e illuminazioni sui monti stessi, mostrando ruscelli, zone di confine, rifugi e ogni cosa che possa interessare all’escursionista. Alle pareti, ecco esemplari di uccelli che possono essere visti su questi monti.

A proposito: proprio dietro ad Innsbruck i monti crollano in verticale verso il basso, la roccia non è sempre sicura e dunque neppure gli scalatori si azzardano a violare questi spazi sospesi nel cielo.

“Per questo, è il regno delle aquile”, spiega dal suo splendido ufficio dalle pareti di legno Hermann Sonntag, direttore del parco naturale. “Ce ne sono 24 coppie che volano tra i cieli, una densità che colloca questa area tra le migliori a livello europeo per il birdwatching di alta quota. Siamo orgogliosi di vedere questi uccelli con ali lunghe anche due metri e mezzo volare sui nostri cieli”.

Queste zone sono spettacolari. Non a caso hanno ospitato per prime, in Europa, quei folli statunitensi che nei primi anni Ottanta venivano qui a proporsi con lo snowboard. Un’area amata anche da chi corre in montagna: ad agosto c’è infatti la celebre “Kardenn Marc”, un evento di trail running che era iniziato come escursione collettiva e che adesso porta anche diecimila persone a queste latitudini.

Ed è questa la meta perfetta per il secondo giorno di visita, dopo magari una serata passata in centro storico. Partenza con la solita funivia, ma stavolta si sale di più. Una struttura che quest’anno festeggia il novantesimo compleanno della Innsbrucker Nordketten Bahnen, la funivia che porta fino al rifugio.

“Una funivia tra le più vecchie d’Austria, aperta il 18 luglio del 1928 e che oggi porta più di seicentomila persone l’anno a quota duemila”, spiega il responsabile dell’area. “Ma appena aperta ne trasportava già oltre centomila all’anno”.

Per festeggiare il compleanno è prevista una grande mostra a 2300 metri, su cima Hafelekar. Alle pareti di vetro già adesso spiccano frasi epiche che cantano in monti. Un paio di suggestioni? “Siamo così innamorati dello stare immersi nella natura perché non esprime giudizi su di noi” (questo è Fridrich Nietzsche). Oppure la celebre sentenza di Edmund Hillary: “Non sono le montagne che conquistiamo, ma noi stessi”.

Dopo il doppio cambio e si arriva al rifugio Geierwally. Punto perfetto per una colazione di metà mattina e pianificare l’escursione. Fatevi tentare dagli affettati e dai panini locali, per l’escursione saranno perfetti.

Perché usciti tra i monti inizia la vera avventura. È qui, ad esempio, che stanno arrivando migliaia di amanti delle ferrate da tutta l’Austria. Da poco è stata inaugurata la Kletterarena, un percorso a strapiombo su Innsbruck. Si cammina in cresta, su un sentieri di nemmeno mezzo metro, con dirupi a destra a sinistra. Consola solo vedere le aquile, che volano libere nei cieli sopra di noi. Un nastro di roccia che si inerpica nelle nuvole amate dai rapaci, pura poesia e adrenalina in neppure mezz’ora di strada dalla trafficatissima Innsbruck meta di turismo sportivo di ogni genere (ci sono i mondiali di ciclismo e di arrampicata in questi mesi, solo per citare due eventi). Si può ben immaginare quanto sia ambita, la si raggiunge dopo qualche metro di cammino sul “sentiero dell’aquila”. Chi l’ha fatta, dice che dà dipendenza per la sua bellezza che ricorda la sensazione romantica della paura.

Ma per inoltrarsi dentro il parco naturale serve invece prendere il sentiero in direzione del rifugio Pfeishutte. Due ore, poco più o poco meno a seconda dell’andatura e della voglia di scattare foto, su un percorso a tratti reso complicato da passaggi tecnici. Suggestivo il paesaggio sulla destra, a strapiombo. Dicono che sia meta prediletta, d’inverno, per i giovani che amano le discese libere. Arrivano fin qui con piccoli sci caricati negli zaini e poi si buttano a valle senza timori. “La neve è profonda, si scavano tunnel anche di due metri dove i free rider corrono senza paura”, racconta Guido Vianello, che oltre ad essere il manager internazionale del marketing per la città di Innsbruck è pure guida alpina e grande appassionato di escursioni.

Questo è il “sentiero di Goethe”, lungo il quale la flora e la fauna locale si mostrano in apparizioni costanti. Ne citiamo tre. Ci sono tantissime Lilarie Alpine, fiori montani che hanno l’abitudine di iniettare le proprie radici tra le rocce. Se anche i sassi cadono e si muovono, loro rimangono incollate e rinascono poco più a valle. Ci sono poi stormi di Gracchi Montani, sorta di corvi neri, rapaci capaci di attaccare le aquile in branco. Il resto della loro vita è planare liberi tra queste valli, emettendo caratteristici suoni per identificare il proprio territorio. Immancabili poi stambecchi, caprette e camosci. Queste zone sono letteralmente invase, impossibile camminare più di un chilometro senza vederne qualcuno.

Poi si arriva al rifugio, gestito da un paio d’anni da una coppia giovanissima, che nei giorni della nostra visita si è pure sposata proprio lì. Impressiona immaginare l’inverno da queste parti, siamo praticamente appena dietro le vette che si vedono da Innsbruck, a poco meno di duemila metri di altezza. La neve seppellisce tutto, resta fuori solo il tetto. Ma loro due, adesso con una bambina di un anno, aiutati (e divertiti) da un cagnone dal pelo bianco, ospitano e nutrono decine di persone. Nelle giornate calde arrivano anche tre, quattrocento escursionisti richiamati dalla terrazza e dalla possibilità di scalare una vetta proprio davanti al Pfeishutte, la Sonntagskar. Se è brutto tempo, nessuna amarezza. Basta sincronizzare il cervello sulla modalità “rifugio” e oziare. Qui internet non arriva, l’unica wi fi serve ai gestori per le prenotazioni. Non resta che bere qualcosa e magari sfogliare qualche libro fotografico sul parco.

Oppure apprezzare una bevanda tipica del luogo, fatta con le pigne verdi colte dai cespugli di mugo che nella zona formano piccole foreste. È il liquore di pino locale, prodotto ufficiale del parco: www.alppinespirts.com. Anche questo, prodotto da due giovani del luogo. Lo scorso anno, mille litri. Quest’anno il doppio. Il souvenir perfetto, lo vendono in bottigliette che contengono poco più di un bicchierino.

“Deve essere questa la vita, più o meno, che fanno a qualche chilometro da qui, nell’unico paese ospitato dentro il parco naturale”, spiega Martina Nairz, marketing manager per Italia e Francia dell’ente del turismo del Tirolo. “E’ Hinterriss, vi vivono 74 abitanti ed è poco più di una fiaba tra le montagne che sopravvive al tempo grazie agli escursionisti. È in linea d’aria a pochi chilometri da qui, ma per raggiungerlo ci vogliono almeno tre giorni di cammino”.

Riflessioni sul tempo e sulla tecnologia a parte, dopo la notte in rifugio si apre un mondo da esplorare. Il tour complessivo in alta quota prosegue per una sessantina di chilometri, lungo i quali è necessario mangiarsi settemila metri di dislivello tra vallate e sentieri attrezzati, tra picchi innevati e strapiombi in scenari che solo la fantasia potrebbe immaginare così belli. Noi avevamo solo il tempo di una salita al monte Stempeljoch, dal quale era possibile vedere il proseguimento dell’itinerario dentro il parco naturale tra stambecchi e fiori.

Ecco, in questo sentiero ci è capitato di vedere uno stupendo esemplare di Silberwurz, un cespuglietto di fiori bianchi che per attecchire e formarsi, cercando di restare più a terra e più vicino possibile gli uni gli altri per non disperdere neppure un grammo di calore, ci impiega anche trent’anni. Soavi, piccoli e leggeri: immaginarli con una storia di trent’anni alle spalle è sublime poesia di queste terre fatte di roccia e fatica, dove poco più in alto gli stambecchi rumoreggiano facendo cadere verso valle dei ciottoli.

Infine, la discesa verso quota mille e cinquecento. In questo fine giugno la neve era scomparsa da pochi giorni, in alcuni tratti i sentieri non erano neppure tracciati al meglio. È stata l’occasione perfetta per sperimentare una discesa stile scialpinismo lungo dirupi fatti di ciottoli piccoli e quasi ghiaiosi. Si va giù come fosse una sorta di piccola valanga: spalle indietro, saltelli in avanti, presa a terra coi talloni e via, di scivolamento, seguendo i sassi che rotolano a valle verso fitti boschetti di pino di mugo. Stupendo, mozzafiato e non per tutti: una coppia di turisti incrociata sul tragitto ha preferito tentare la via in alto, evitando una discesa a mille all’ora che poteva risultare complicata.

Subito dopo le rocce, scendendo verso il rifugio Thaurer Alm, ci sono sentieri di sassi e terra, semplici e corribili. Ma è a circa 1500 metri di altitudine che si apre uno squarcio nel tempo e nella storia, all’improvviso appaiono le vecchie saline di Hall. Cinquecento anni fa questo paesino a dieci minuti di auto da Innsbruck era diventato uno dei più ricchi dell’Austria perché aveva scoperto sui suoi monti delle miniere di sale.

“Per portarlo a valle fu inventato un sistema davvero ingegnoso”, spiega Susi Vianello, responsabile dell’ente del turismo locale. “I minatori scavavano delle cave enormi, che poi chiudevano con delle paratie e quindi riempivano d’acqua. Dopo aver lasciato queste caverne piene per due o tre mesi riaprivano le tubature, che per otto chilometri scendevano verso valle, a cinquecento metri di altezza. A quel punto l’acqua veniva fatta evaporare e restava il prezioso sale”.

A ciò si sommò la scoperta di un filone di argento che fece costruire in zona la “Zecca di Stato” per stampare le monete del tempo. Di conseguenza, oggi il centro cittadino è tra i più ricchi di Austria e di sicuro è il più grande centro pedonale della nazione. Con una curiosità: dei 12.000 residenti, circa cinquemila sono turchi, molti di seconda generazione. Storie bellissime da raccontare di fronte ad una minestra col canederlo schiacciato al formaggio, tipico del rifugio. Splende il sole, una birra e siamo ad Hall.

Tra i vari hotel della zona, per noi è stato scelto il Gartenhotel Maria Theresia. Una struttura confortevole, tipica della zona, con un giardino enorme all’esterno e un ristorante che propone porzioni semplicemente pantagrueliche (e qui ci va un inciso per chi ama i dolci: i rifugi del Tirolo rischiano di essere il vostro paradiso, provateli). Peraltro, fino a qualche anno fa, questo hotel di Hall era pure diventata attrattiva turistica per via della scelta del titolare di tenere in giardino una quindicina di scimmie. Adesso è il punto ideale per riposarsi. Il centro storico di Hall è a due passi, per gli italiani nostalgici i ristoranti tricolori non mancano. Ma prima, per l’aperitivo, è necessario fermarsi alla Sprizzeria (ne ho scritto qui) che ha il sapore di un pezzo di Venezia spostato sotto i monti. Il resto è la visita al castello Burg Hasegg e alla Mint Tower. Notevole un nuovo albergo costruito, a forma di cono: pareti di vetro, stanze tutte attorno al cono. Design e gusto internazionale in un paesino perso tra i monti, incantevole.

Il giorno dopo è tempo di rientro a casa. Se avete la mattina libera, come è capitato a noi, è il momento perfetto per tornare ad Innsbruck, per tornare ad innamorarsi di Hall oppure per tentare l’ultima escursione in stile “parcheggio l’auto, mangio in rifugio e osservo il paesaggio più bello del mondo”. Se siete ancora in vena naturalistica, come eravamo noi, allora basta prendere l’auto e dopo una mezz’ora si arriva al rifugio alpino Hinterhornalm. Qui ci sono, oltre a fette di strudel pazzesche, Belaka, Fiona, Laura, Sarah e Teres ad aspettarvi. No, non sono cinque donne. Sono dei lama che mangiano la loro erba a 1500 metri sul livello del mare.

Salutateli al volo, incamminatevi sul sentiero verso il rifugio vicino. È neanche mezz’ora di cammino. Finirete nella fiaba della Principessa Sissi. Ricordate quel film degli anni Cinquanta, quando lei scappa e si ritrova in un paesino sperduto tra i monti, sommersa dalla neve. Ebbene, è qui. I gestori del rifugio vivono sopra la stalla, all’ingresso una fila di statuine di legno a forma di mucca danno il benvenuto.

Poi tocca tornare a valle, e riprendere quel treno che all’andata era sembrato tanto bello e che adesso è una prigione che ti riporta a casa. Ma Innsbruck è sempre lì, e già si contano i giorni per poterci tornare.

La scrittura è una malattia, che cura da vent’anni con tutto il giornalismo possibile: ha lavorato per due quotidiani, una televisione e mezza dozzina di riviste, guidato da direttore responsabile magazine e siti internet. Autore di un libro storico sul secondo dopoguerra e di un romanzo di narrativa, ama firmare reportage di viaggio ed è membro del Gruppo italiano stampa turistica. Si emoziona per un calice di Prosecco o per una alchimia di gusti nel piatto. Runner per passione, ha vissuto più maratone di quanto potesse sognare ma trova quiete solo correndo tra i monti e nelle note della moonlight sonata di Beethoven. Vive con Ketra, tre gatti e un cane zoppo. È il direttore di Storie di Eccellenza.

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