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Quando si deride la sologamia, si deride la forza di scegliere se stesse

L’articolo pubblicato su la Repubblica il 30 ottobre 2025 – e, in particolare, il commento dell’autore che scrive «celebrare la sologamia fa sorridere» – offre uno spunto per riflettere non tanto sul fenomeno in sé, quanto sul modo in cui la società reagisce di fronte a un gesto di autonomia femminile.
Si sorride, sì. Ma spesso si sorride quando qualcosa mette in crisi un paradigma consolidato. E la sologamia lo fa, profondamente: perché sposta il centro della realizzazione affettiva dall’esterno verso l’interno, dal “noi” imposto al “me” consapevole.

La risata come difesa: quando il sorriso è un modo per disinnescare il cambiamento
Il giornalista scrive che la sologamia “fa sorridere” perché la considera un “finto rito” privo di scambi, compromessi, costi e mediazioni. Ma ridere di qualcosa che non si capisce – o che non rientra nel perimetro di ciò che si considera “serio” – è una strategia antica. È un modo per disinnescare la portata rivoluzionaria di un gesto, riducendolo a folklore, a curiosità, a bizzarria moderna.
Il sorriso, in questo caso, non è neutro: è una forma di controllo culturale.
Quando un atto femminile di indipendenza viene etichettato come “ridicolo”, lo scopo è evidente : banalizzare per neutralizzare. Far passare per frivolo ciò che in realtà è una forma di consapevolezza. È una tattica psicologica di massa: se ridiamo di qualcosa, smettiamo di interrogarci sul perché ci spaventa.

“Un finto rito”? No: un rito di autocoscienza
Definire la sologamia un “finto rito” perché non implica “scambi, costi o compromessi” è un errore concettuale. Il valore dei riti non risiede nella loro funzione economica o biologica, ma nel loro significato simbolico. La sologamia non vuole sostituire il matrimonio tradizionale né negare l’importanza dell’altro. È un atto di autocoscienza, un rito interiore che sancisce un patto di cura, rispetto e fedeltà verso se stesse.
In molte culture, i riti di passaggio, anche quelli individuali, non hanno bisogno di “esogamia” per essere profondi. Sono momenti in cui si dichiara un cambiamento: da un’identità dipendente a una consapevole. E se questo non ha “costo” se non quello del coraggio, è perché la libertà non si compra, si conquista.

Il mito dell’esogamia come unica forma di evoluzione
Nel testo del giornalista si legge che l’esogamia, “la coniugazione col diverso da sé”, sarebbe “il vero motore dell’arricchimento e della trasformazione delle società”.
Ma perché mai un rito individuale dovrebbe negare l’incontro con l’altro? La sologamia non chiude alla relazione, la purifica. È un passo preliminare: prima di unire due persone, è necessario che ciascuna di esse sia un individuo intero, capace di riconoscere il proprio valore, i propri limiti, i propri bisogni. Solo così l’incontro con il “diverso da sé” può essere autentico, e non un’illusione di completamento. La sologamia, in questo senso, non esclude l’esogamia: la prepara. Non è il rifiuto dell’altro, ma il riconoscimento che non serve annullarsi per amarlo.

Un fenomeno internazionale di consapevolezza e libertà
La sologamia non nasce in Italia. È un fenomeno internazionale che attraversa culture e generazioni: in Giappone, negli Stati Uniti, in Brasile, in India, donne (ma anche uomini) hanno scelto di sancire simbolicamente l’impegno verso se stesse. Si tratta di persone istruite, spesso indipendenti economicamente, che non rifiutano l’amore, ma rifiutano la dipendenza emotiva come unica forma di identità. È un atto di self-empowerment, una tappa nel percorso di costruzione del benessere interiore e della libertà relazionale.

Elena Ketra: arte, pensiero e spiritualità della sologamia
L’artista Elena Ketra, pioniera in Italia del tema, ha espresso questo principio con forza nella sua performance artistica – Sologamy – e nel suo saggio dedicato alla sologamia, Sologamia: L’arte di sposare sé stessə. Per Ketra, “sposarsi con se stessi” non è una fuga, ma una promessa: «Imparare ad amarsi è l’unico modo per poter amare davvero gli altri». La sua ricerca artistica e filosofica intreccia femminismo, spiritualità e body positivity, e sottolinea che la sologamia è pratica di autocoscienza. Nel suo saggio, Ketra descrive il gesto come «un rito laico e poetico che restituisce alla persona la sovranità sul proprio corpo, sulle proprie emozioni, sulla propria identità».

Le critiche: la paura della libertà femminile
Le reazioni più ironiche o paternalistiche verso la sologamia, non a caso, provengono quasi sempre da una prospettiva maschile. È un dato sociologico e culturale: il sorriso che sminuisce un gesto di autodeterminazione femminile è la versione contemporanea della risata che per secoli ha accolto ogni forma di emancipazione. La sologamia fa paura perché è un atto di potere silenzioso.
Non grida, non protesta, non chiede permessi: semplicemente afferma che la felicità di una donna non dipende da nessun altro. È un gesto politico nel senso più nobile del termine, pólis come spazio di convivenza, e dunque di equilibrio.

La sologamia non è un capriccio, non è un’illusione narcisistica e non è un “finto rito”. È un modo di riprendersi il diritto al proprio benessere, alla propria autonomia, alla propria pace interiore.
Chi ride di fronte a tutto questo forse non ha paura del ridicolo — ma ha paura del cambiamento. Perché quando una donna si sposa con se stessa, non sta scegliendo la solitudine: sta scegliendo la libertà. Come scrive Elena Ketra, “L’inclusione sociale parte prima di tutto da noi stessə: solo conoscendoci e amandoci possiamo costruire relazioni davvero libere.”

E se questo fa sorridere qualcuno, che sorrida pure.
La rivoluzione, dopotutto, ha sempre cominciato così: con un sorriso di chi non la capiva.

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