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Nel ventre del vulcano. Un sogno di 18 chilometri

Di Mauro Pigozzo

Se tutto andrà come spero, tra qualche giorno correrò sul Vesuvio. Lo scrivo piano, quasi temendo che dirlo ad alta voce possa rompere l’incantesimo. Eppure è tutto vero: sabato 31 maggio sarò lì, alle pendici del vulcano, per affrontare la Vesuvio Ultra Marathon. O meglio, la sua versione breve. Diciotto chilometri. Millecentotrenta metri di dislivello positivo. Breve, sì. Ma per chi?

L’ho scelta con cura, questa distanza. Non ho l’orgoglio per affrontare la 75 chilometri degli eroi né la sicurezza per lanciarmi sui 50 o i 30. I 18 sono un impegno a metà tra il gioco e la sfida. Una promessa con me stesso: guardare negli occhi la fatica, senza affondarci. Per ora è solo un pettorale virtuale, ma nella testa è già tutto iniziato.

L’attesa

A Napoli ci arriverò il giorno prima. Immagino già la scena: il Vesuvio che si staglia sopra la città come una divinità sonnolenta, le vie che profumano di sfogliatella e salsedine, e io con il mio zaino da trail, a cercare calma tra i clacson. Andrò a ritirare il pacco gara al Palazzo Mediceo di Ottaviano, forse con un po’ di emozione. Come se stessi entrando in un rito più che in una competizione.

So già che troverò un’atmosfera internazionale. Duecentosessanta atleti stranieri, ventisette Paesi rappresentati. Dopo l’Italia, ci saranno francesi, britannici, americani, persino australiani e brasiliani. Gente che ha attraversato il mondo per correre su questo vulcano. Io arrivo dal Nordest, con la mia curiosità e la mia lentezza, ma mi sentirò uno di loro. Perché qui, sotto questo cielo, conteranno solo le gambe e il cuore.

I sentieri nella mia mente

La mia gara non è ancora cominciata, ma già la sogno. Mi vedo partire la mattina presto, forse con il sole già alto. Al mio fianco, altri come me: gente normale con scarpe ai piedi e un’idea in testa. Spero di non essere l’ultimo, ma non mi vergognerei. Sarebbe comunque un arrivo.

Saliremo lungo i sentieri del Parco Nazionale del Vesuvio, tra boschi, rocce laviche e silenzi profondi. Non li ho mai visti, ma me li immagino come scenografie di un mito greco. Nero e verde, polvere e luce. Ci sarà un momento, forse a metà percorso, in cui vedrò il Golfo di Napoli aprirsi davanti a me, con le isole come punti di sospensione sul blu. Se ci arriverò, sarà il mio traguardo spirituale. Il resto sarà solo discesa.

Immagino già anche i ristori, curati, sobri, plastic free. Niente bicchieri usa e getta. Dovrò portarmi la mia tazza, la mia borraccia. È bello, questo. Bello e giusto. La medaglia che riceveremo sarà di legno, con inciso il nome della gara e la distanza. Un pezzo di natura restituito con rispetto. Forse la terrò nel mio studio, come simbolo di un’armonia cercata.

Se riuscirò ad arrivare…

Non so come sarà il mio arrivo, ma lo spero con tutte le fibre. Magari sarò stanco, magari dolorante. Ma vorrei arrivare sorridendo. Ci sarà il pasta party, lo so. Pasta, pizza, polpette. Lo chef Francesco Vorraro, runner anche lui, sarà lì a cucinare per noi sopravvissuti. Io mi vedo seduto per terra, con il piatto in mano e la medaglia al collo, guardando gli altri come se li conoscessi da sempre. Perché chi corre insieme, anche solo per un’ora, si porta dentro lo stesso respiro.

Ci sarà chi racconterà la propria gara, chi già penserà alla prossima. Io, se tutto andrà bene, non vorrò pensare a nulla. Solo restare lì, tra la fatica passata e il riposo che verrà.

Un simbolo vivo

Il Presidente dell’Ente Parco, Raffaele De Luca, ha detto che questa non è solo una corsa, ma un modo per vivere il Vesuvio in armonia con la natura. Lo credo davvero. Questa manifestazione è un atto d’amore verso un luogo che troppo spesso associamo solo al pericolo o alla cronaca. Il Vesuvio è un gigante gentile, se lo sai ascoltare. E correre tra le sue vene sarà, se mai ci riuscirò, un gesto di fiducia.

La Vesuvio Ultra Marathon, per me, non sarà mai solo una gara. Sarà una possibilità. Una piccola storia di resistenza dentro un paesaggio immenso. Se tutto andrà bene, il 31 maggio sarò là. E se anche dovessi faticare, arrancare, magari imprecare, so che ogni passo sarà un atto di gratitudine.

Per ora, solo un sogno

Finché non partirò, tutto questo resterà una proiezione. Ma è bello così. L’attesa ha un suo sapore. Come il profumo del caffè che ancora non hai bevuto, come le prime righe di un libro che non sai dove ti porterà. Tra poco correrò sul Vesuvio. O almeno ci proverò.

E se qualcuno mi chiederà perché l’ho fatto, risponderò che a volte si corre per capire. E altre, semplicemente, per esserci.

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