Dal brodo primordiale alla provincia veneta: anche questo è un percorso possibile. Il Veneto non è solo Venezia, con la Biennale (un’istituzione che dopo gli anni bui seguiti al 1968 ha saputo recuperare e diventare una vera dogaressa di livello internazionale), o con Punta della Dogana (il potere di estasiare di Pinault con opere di dimensioni incredibili esposte in spazi adeguati, spesso di autori che appartengono ai margini del mondo occidentale), ma è fatto anche da gallerie private che agiscono in sinergia con il mercato (si veda Studio La Città di Verona e Michela Rizzo, a Venezia, giusto per fare due esempi) e da una miriade di associazioni culturali e di uomini di buona volontà che agiscono nei rivoli di una diffusione microscopica e magmatica.
Con Boris Brollo parliamo della sua vicenda personale e del suo stare nel sistema dell’arte, oggi, nel periodo dell’epidemia di Covid-19.
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>>Il tuo percorso inizia negli anni ’80, con la Crossing di Portogruaro. In quello spazio, nel centro storico della città di Portogruaro e a pochi passi dall’Osteria “I 3 scalini”, hai fatto mostre di autori come Massini, Pusole, Jannini, Gilardi, Bartolomeo Migliore, Joan Descarga, Ferruccio D’Angelo, ma pure storici. Ci dici qualcosa di quegli anni?
La mia esperienza si ricollega alla mia formazione socio-politica prima studente dai preti poi giovane comunista immigrato a Milano nel 1961. Studi serali d’arte e poi all’Accademia di Venezia. Pertanto niente di più facile di aprire una cooperativa Lab/Arte. Da lì dopo una decina d’anni son passato alla Crossing di Portogruaro. Un gruppo di sostenitori con Antonio D’alisa come Presidente ed io direttore artistico. Primi viaggi a Barcellona; conoscemmo Brossa, Barcelò, Descarga e portammo la mostra Barcelona Artificial Pintore a Malo da Giobatta Meneguzzo alla Casabianca nel 1986 . Già avevo fatto lì Kaos, dall’Alfa all’Omega con Grazia Terribile (1985). Ma prima i tedeschi della D.D.R. a Montagnana (PD), grazie alla Galleria Piccinini di Cortina con I Prolegomeni, occhieggiando Goethe, e con un testo di Gunter Grass (1987). Nel 1988 ad Auronzo facemmo con Da deppo Flaminio: Koinè a Nordest con Ferdi Giardini, Massini, Jannini, Astore, Ragalzi e lo storico Federico Chiecchi. Poi, Grenzganger: un ciclo di mostre scambio con Aldemar Schiffkorn responsabile per il Governo dell’Alta Austria (1990). Queste esperienze erano alla base di Crossing. Pertanto ebbimo subito l’attenzione dell’ambiente dell’arte e ci buttammo a fare i Talent Scout di molti giovani artisti ancora amici: Walter Bortolossi, Carmine Calvanese, Silvano Tessarollo, Vinicio Momoli, gli austriaci Reinhold Rebhandl, Harald Gsaller, per fare alcuni nomi. Importante per la mia formazione sul campo dell’arte fu l’amicizia con Berto Morucchio critico veneziano di Guidi e Arturo Martini, amico di Tancredi, e che dal 1962 al 1966 fu segretario del Premio Marzotto sotto la presidenza di Pierre Restany. Allo scadere del 151° anno dalla fondazione della Marzotto il conte Paolo Marzotto mi dette l’opportunità di seguire e curare assieme all’architetto Flavio Albanese e alla storica Virginia Baradel una mostra storica di quel Premio che fu una immersione nel contemporaneo con la Pittura Belga, Francese, ed Europea degli anni Cinquanta e Sessanta.
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>>Magniloquente e affascinante fu il fascicolo “Amazonas” da te concepito nel 1989 e uscito nel 1990, con le foto degli indios Guaranì del missionario Don Grossa di Mira, messe in relazione con autori del calibro di Baselitz e Paladino, Beuys etc. Nello stesso fascicolo facesti ripubblicare il manifesto sull’Integralismo Naturale (1979) di Pierre Restany. Un’operazione che di certo anticipò una certa fenomenologia antropologica, dato che la Cina era ancora lontana dal pensiero centralizzato del collezionista europeo e Magiciens de la Terre (1989) era appena stata concepita.
Come soleva dire Warhol l’idea è nell’aria. Hubert Martin era da 3 anni che girava il mondo per gli artisti di Magiciens de la Terre, ma Restany aveva già posto il problema con lo Schock Amazzonico facendo 40 giorni in barca senza strumenti andando da Manaus sino a Rio Grande, uscendone sconvolto e riproponendo un nuovo rapporto con la Natura Naturale non Naturata come nella rivoluzione industriale. Avviando un pensiero nuovo, pre-ecologico, che guardava più alla mente, al mutamento dello spirito artistico, che alla natura ecologica. Un mutamento di pensiero porta ad un rispetto della Natura, e su questo l’arte poteva benissimo dare una mano. Quindi quando facemmo Amazonas non poteva mancare Restany che era stato contattato dal compianto amico critico Tiziano Santi. E facemmo una presentazione all’Università di Padova. Con Tiziano Santi producemmo in seguito alla Biennale del 93 di ABO pure un opuscolo che raccoglieva tutta la critica internazionale sulla mostra Aperto di quell’epoca.
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>>In seguito tu hai avviato dei sotterranei duetti con Giancarlo Politi e poi da questi scambi ne hai tratto un libro. Ci dici qualche parola su questo progetto?
Sì in quegli anni ero attento e leggevo molto pur vivendo nel Nordest. Adottavo lo slogan verde: Pensa Globalmente e agisci localmente! Così rileggevo l’arte. E trovai alcune risposte nella Rubrica delle Lettere di Giancarlo Politi in Flash Art. Ovviamente dapprima volevo misurarmi e quindi inviai le lettere in maniera anonima per vedere se interessavo l’interlocutore e poi anche con pseudonimo. Alla fine, un giorno, in sede di Flash Art a Milano per una pubblicità mi rivelai e continuai a scrivergli per tutto il decennio del Novanta. Lui ha sempre pubblicato e risposto anche in maniera forte. Per me è stata una palestra ed ho visto pubblicate 25 lettere, fra cui una pubblicata su Flash Art International. Ora le ho raccolte in un libretto che regalo agli amici. E, Giancarlo Politi mi onora ancora della sua amicizia.
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>>E dei tuoi rapporti con Achille Bonito Oliva?
Col professore ABO c’è stato un inteso rapporto da quando lo difesi dall’attacco di Politi in un articolo sulla Biennale del 1993, di cui il Professore era curatore internazionale. Egli mi telefonò a casa e poi ebbi modo di fare con Tiziano Santi, e Ennio Bianco una serie di mostre sul territorio che dovevano essere prodromiche ad una mostra legata alla sua Biennale. Mostra che si tenne alla Bevilacqua La masa e della quale dovevo essere il critico in pectore, ma manovre bizantine del veneziano mi ostacolarono, per limiti di età, grazie ad un critico che non faccio il nome perché defunto. La tenne Virginia Baradel ed era Deterritoriale. Mentre le nostre mostre di Malo, San Donà di Piave, e Castelfranco, si chiamarono tutte “1 X 1” (1993), cioè un critico presentava un artista. Ed erano state presenziate tutte da Achille Bonito Oliva. Poi si continuò a vederci nel rispetto professore e assistente. Lo chiamai per la 7° Biennale di Sharjah degli Emirati Arabi, curata dal palestinese Jack Persekjan, dove scrisse un testo per il catalogo con me e Kamal Boullata, un pittore amico.
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>>Il Triveneto è una realtà territoriale piena di collezionisti: ci puoi fare un “ritratto” o dare una definizione di questa realtà?
Sì credo che nel Triveneto ci siano grandi collezionisti. Ma penso pure che più che singolarmente si siano formati su grandi “motori di ricerca”, passami il termine, come lo furono il Premio Marzotto il quale dal 1958 diventò, grazie a Santomaso e al tedesco Winter, internazionale su invito e che vide i più grandi del Gruppo Cobra, dell’Informale Francese e del Nouveau Réalisme. Gli artisti inglesi, capitanati da Norman Rosenthal, approdarono nel vicentino. E questo dette vita, in seguito, al Casabianca di Malo. Lo stesso vale per la galleria veronese di Enzo Ferrari che fece Manzoni , Yves Klein col contributo di Guido Le Noci di Milano. Prima ancora negli anni Cinquanta in Venezia vi fu dal 1948 la Peggy Guggenheim, ma accanto Il Naviglio di Renato Cardazzo con Sam Francis, Lucio Fontana, Georges Mathieu. Non dimentichiamo che la parte lirica dello Spazialismo nasce a Venezia con Mario De Luigi, Antongiulio Ambrosini e lo stesso Morucchio forti del sostegno di Cardazzo. Il Circolo fotografico La Gondola degli anni Cinquanta con Ferruccio Leiss fu tra i primi a esporre fotografia. La rottura fra realisti ed informali con Vedova, Turcato, Santomaso ed altri nel 1948 segnò Venezia. Possiamo dire un Humus irripetibile se non, adesso in mani straniere, che globalmente surclassano la nostra testa; pertanto le nostre gallerie come La Città di Verona e la Michela Rizzo sono in questo panorama siderale benemerite.
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>>Le gallerie private del Triveneto sono all’altezza di questa realtà così articolata e diffusa?
E’ cambiato il mondo dell’arte non esiste più questo rapporto con la storia del Paese e con la storia del territorio di cui sopra accennavo. Tutto si svolge al di sopra di Noi. I posti sono assegnati. In occasione di un suo 25° anniversario la Taschen nel 2009 pubblicò i 100 Artisti Contemporanei del mondo, ecco Noi italiani lì dentro non arriviamo nemmeno a 10. Germania e Inghilterra ci sorpassano bene, e il 60% sono americani. Quindi di cosa stiamo parlando?!
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>>Attualmente sei direttore pro-tempore della Galleria comunale Ai Molini di Portogruaro e del M.A.C.A. di Acri (Cs). Ci parli di alcuni progetti futuri che hai in piedi con l’Ente pubblico?
Più che del futuro ti parlerò del passato perché a breve ci saranno le elezioni e come ben sai nel nostro Paese tutto torna ai blocchi di partenza. Ho fatto delle mostre per la Città. Mentre prima si privilegiava il rapporto con artisti amici, per parte mia ho dato prevalenza a mostre che avessero più storicità possibile. Unico caso di mostra personale fu quella di Biagio Pancino: Natura De Natura che ci portò a Portogruaro Pascal Quignard, premio Goncourt e amico del Pancino. Ma l’operare in cui mi sono speso di più in questi 3 anni e mezzo è stato nel costruire situazioni che possano restare indipendentemente di chi le governa. Ho messo in piedi la Galleria Permanente dedicata al futurista, nostro concittadino, Luigi Russolo. E in una scuola dismessa di Lugugnana con l’aiuto di Marcantonio Bolzicco abbiamo messo dentro una collezione di 150 artisti circa, fra quadri, plastici, e sculture. Una specie di Fondo Regionale Arte Contemporanea , sulla maniera dei FRAC francesi, che si chiama SPACE Mazzini, acronimo di Spazio Cultura Eventi. La maggior parte degli artisti sono Triveneti e un 15% italiani con qualche straniero. Molti di questi hanno alle spalle la Biennale di Venezia quindi artisti di pregio. Inoltre ospitiamo un fondo d’arte datoci dalla famiglia Giano e Olga Petrin. La struttura si trova sulla strada detta la Triestina Bassa che va da Jesolo verso Trieste e in una zona che vede passare il turismo e che spero possa attrarre presenze soprattutto per la località che non ci sente estranei.
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>>Nei tempi del Covid hai incontrato difficoltà a gestire questi progetti e come sei riuscito a superarli?
Ho avuto più tempo per pensare alla inutilità di tante cose umane, a me stesso, alle mie resistenze per essere, alla nostra fragilità umana. E questo pure alla luce di una mostra prossima che faremo al Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro dedicata a quel pittore romano, Fausto Delle Chiaie, che mette in mostra ogni giorno nei pressi dell’Ara Pacis un proprio museo personale con opere fragili, riciclando gli scarti di tutti i tipi, mettendo in scena la contraddizione umana nel rapporto con la storia dell’arte. La mostra, curata da me e da Alessandro Maganza, si titola: Lì per Lì, proprio a dare l’indicazione della casualità del tutto. Un grande.
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>>E con la Biennale di Venezia avete in piedi qualche progetto?
Si, come ben sai la Biennale di Architettura che si doveva tenere quest’anno è stata rimandata per via del virus al prossimo anno, benché posticipata due volte. Gli Eventi Collaterali della Biennale iniziai a proporli e a trovare finanziamenti già dal 1997 con la mostra Presente Passato e Futuro di Germano Celant che lì conobbi personalmente. Lui già negli anni Ottanta in una sua raccolta di saggi aveva pubblicato un mio contributo assieme ai critici che operavano in quegli anni. L’evento fu Gorgona Gorgonesco Gorgonico che feci col museo di Zagabria grazie a Mira Gattin. Poi seguirono altri 4 eventi collaterali, ma la richiesta di finanziamento e di iscrizione, dopo l’ammissione, diventavano sempre più alte per cui passai a proporre eventi legati all’Architettura. Oggi la progettazione è più di fantasia che funzionale per cui l’arte può essere architettura e viceversa nell’installazione. Nel 2016 facemmo Senza Terra all’Isola di San Servolo, dove una panchina ed un pallone aerostatico segnavano un punto di raccolta per qualsiasi persona umana avesse bisogno di sostare, parlare, sentirsi comunità. Il prossimo anno 2021, visto lo spostamento, faremo Senza Terra/Pomerio la zona sacra del vivere Civile: una barca rovesciata raccoglierà chi vuole ripararsi e convivere pacificamente. Questo Grazie a Lucia Tomasi, Cesare Serafino e Giancarlo Caneva che con me la organizzano assieme al sostegno di 45 artisti amici.
2 Comments
Ho letto “l’intervista “ ma non capisco a cosa si riferisca chi l’ha scritta (vedo solo “la redazione”!) parlando nel titolo di “brodo primordiale padano”.
Se Intende alludere a tutta la realtà culturale Veneta prima di Boris Brollo, o solo a quella Portogruarese?
Andrebbe rivista l’indicazione cronologica del XX secolo definendo allora un tempo “ante Brollo” ed uno “post Brollo” (aB-pB) così che i posteri possano trovare un punto ideale di ancoraggio della emersione dal brodo.
Negare o, peggio, ignorare, sminuire, sottovalutare la storia è offensivo e demenziale.
Posso solo augurarvi di non essere seguiti da più di due o tre “lettori“, altrimenti la richiesta di tardive correzioni e scuse per quanto avvenuto nella cultura Veneta degli ultimi 1000 anni , e da voi semplicisticamente classificato come “brodo primordiale ”, potrebbe ritorcersi contro di voi come uno tsunami.
Gentile Saverio Ravazzolo,
grazie per le sue analisi.
Quando sarà di interesse sentire anche la sua opinione, la intervisteremo.
Per ora, si limiti a commentare, come è diritto di chiunque possegga una tastiera e sappia digitare.
Nel frattempo, ringraziamo Boris Brollo per aver approfondito il suo angolo di mondo con noi e con i nostri centinaia di migliaia di lettori