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VIAGGIO NEL MONDO DEL PROSECCO / 3

Tra le Rive del tempo

(Parte 3 di 5)

Ripartiamo da Villorba con ancora addosso il profumo della cantina Pizzolato, quella sensazione di purezza e di equilibrio che accompagna i luoghi in cui la sostenibilità non è un tema da raccontare, ma un modo di vivere. La pianura scorre fuori dal finestrino come una distesa uniforme, eppure piena di segni: fossi, filari, campanili che si ripetono come accenti di una lingua antica. Ogni paese, ogni collinetta, porta un nome che sa di vino e di storia. E mentre risaliamo verso Conegliano, ci accorgiamo di quanto questa terra sia un mosaico di piccoli mondi: un territorio in cui il paesaggio non è mai solo scenario, ma partecipazione.

Conegliano ci accoglie con la solita eleganza discreta, quasi borghese. È la città della prima Scuola Enologica d’Italia, fondata nel 1876, e ancora oggi conserva un’aria di capitale silenziosa. Qui la cultura del vino è una forma di civiltà, un codice condiviso. Entriamo nella collina di San Venanzio, e davanti a noi si apre una veduta che sembra una lezione di geografia enologica: vigne esposte a sud, file ordinate, terra che si alterna tra argilla e marna. Ci fermiamo per un momento, senza fretta, a respirare il paesaggio. Ogni passo in queste colline è un ritorno alle origini di un linguaggio, quello delle bollicine, che da qui si è diffuso nel mondo.

Camminando tra i filari, pensiamo a quanti sforzi, a quante vendemmie ci siano volute per arrivare a quel bicchiere perfetto che milioni di persone stappano senza pensarci troppo. Il Prosecco è un vino democratico, certo, ma dietro la sua apparente semplicità si nasconde una disciplina rigorosa, quasi monastica. Le rese per ettaro, le pendenze proibitive, le lavorazioni manuali, la precisione della pressatura, la cura della temperatura, l’arte della rifermentazione. È una catena di gesti invisibili che si ripete da generazioni, una grammatica del lavoro che solo chi vive qui riesce a comprendere davvero.

Ritorniamo a percorrere la Strada del Prosecco, quella che da Conegliano sale verso Valdobbiadene, la più antica via del vino in Italia. Ogni curva è un punto d’osservazione, ogni sosta una degustazione potenziale. Riconosciamo le colline di San Pietro di Feletto, dove avevamo incontrato Bepin De Eto, e ci accorgiamo di come il paesaggio cambi a ogni decina di metri: qui la pendenza è più dolce, lì il vento porta note diverse di umidità e di calore. È questa diversità a fare grande il Prosecco Superiore. Non esiste un solo sapore, una sola firma: esistono infinite sfumature di luce, di terreno, di mano.

A metà pomeriggio arriviamo di nuovo tra le vigne di Valdobbiadene. L’aria è calda, ma il vento che scende dalle Prealpi rinfresca il respiro. Ci fermiamo in un piccolo spiazzo sopra Guia, da cui si domina la piana fino al Piave. Da lassù il paesaggio è un tappeto di verdi diversi, come se ogni vigneto avesse deciso di vestirsi con la propria sfumatura. Parliamo di terroir, di microclimi, di esposizioni, ma in fondo ci rendiamo conto che il segreto non è tutto nella geologia o nella climatologia. Il segreto è nella perseveranza. Qui ogni vite è un atto di fede: piantata in terreni difficili, curata a mano, vendemmiata su pendenze che altrove scoraggerebbero chiunque.

Torniamo a degustare, perché il linguaggio del vino è fatto di bicchieri, non di teorie. In una piccola enoteca di paese, ordiniamo tre calici diversi, tutti del territorio: un Rive di Colbertaldo di Adami, un Extra Brut di BiancaVigna, e un Cartizze Dry di Bisol. Li beviamo in sequenza, come se fossero tre capitoli dello stesso romanzo. Il primo è floreale, teso, verticale: una linea dritta che punta al cielo. Il secondo è più tecnico, scolpito, preciso come un pensiero di cristallo. Il terzo, infine, è un abbraccio dolce e aromatico, un finale di romanzo che lascia in bocca la carezza del miele e del fiore d’acacia. In quel momento capiamo che il Prosecco non è un vino unico, ma una sinfonia di interpretazioni.

Proseguiamo verso nord, fino alle Rive di San Pietro di Barbozza, e ci fermiamo di nuovo davanti a quei pendii che sembrano scale verso il cielo. Ci torna in mente una frase letta anni fa in un vecchio quaderno di un enologo di Valdobbiadene: “Ogni collina ha una voce, ogni vino un’eco.” È esattamente così. Ogni sorso rimanda a un’eco di luogo, a una memoria che resta nel palato anche quando il bicchiere è vuoto.

Più tardi, quando il sole inizia a calare dietro le colline di Rolle, la luce si fa dorata, quasi irreale. Ci sediamo su un muretto di pietra a guardare il paesaggio. Il silenzio è interrotto solo dal frinire dei grilli e dal rumore lontano di un trattore. È in quei momenti che il vino smette di essere un prodotto e torna a essere un linguaggio. Ogni bollicina è una parola, ogni profumo una sfumatura di senso. Beviamo piano, cercando di fissare nella memoria non solo il sapore, ma il contesto, la luce, la temperatura dell’aria. Perché la degustazione, in fondo, è un atto di ascolto: del vino, del luogo e di sé stessi.

Quando ripartiamo verso Asolo, la sera è già calata. La città ci appare come un miraggio sulla collina, i bastioni illuminati, il profilo del Monte Grappa sullo sfondo. Qui il vino cambia di tono: diventa più austero, più minerale, più essenziale. È un Prosecco che parla meno, ma dice di più. L’Asolo Prosecco Superiore è il fratello riflessivo di Valdobbiadene, il vino che preferisce il sussurro alla voce. Nella cantina di Asolo Manor Wine, che avevamo visitato all’inizio del viaggio, torniamo per un ultimo calice del Figlio della Roccia Sui Lieviti. È come chiudere un cerchio. La rifermentazione in bottiglia lascia una leggera velatura nel bicchiere, un dettaglio che racconta sincerità. Il sorso è vivo, tagliente, minerale. Sembra di bere un pensiero lucido, una sintesi tra uomo e natura.

Mentre scendiamo verso la pianura, le colline alle nostre spalle si accendono di luci sparse. Da lontano, ogni borgo sembra un grappolo di stelle. Pensiamo a quante mani, a quante vite lavorano ogni giorno per mantenere vivo questo equilibrio fragile. Le colline del Prosecco non sono un museo, ma un organismo in movimento, un ecosistema umano e agricolo. Sono una promessa di continuità tra chi lavora e chi racconta, tra chi produce e chi degusta.

Nel buio che avanza, ci rendiamo conto che il nostro viaggio non è solo un itinerario geografico, ma un percorso di comprensione. Abbiamo bevuto, sì, ma soprattutto abbiamo ascoltato: i suoni delle vigne, i ritmi del lavoro, i silenzi della terra. E in quelle voci senza parole abbiamo trovato la sostanza vera del Prosecco: la sua umanità.

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