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IL RITORNO DELL’EUROPA A SAN SIRO, RACCONTO DI UN AMARCORD

San Siro ha un prato di un verde accecante. O almeno questa è l’emozione che ti spara nel cuore. San Siro travalica il tempo, è leggenda. Non è uno stadio moderno, questo no: si fatica a mangiare che non sia un panino, le sedie non sono comode, trovare da parcheggiare è destabilizzante. Ma è uno stadio epico, dentro ha storia che supera gli anni e altre squadre, che fanno un vanto del loro impianto nuovo, dovrebbero capire che hanno perso l’anima costruendo una casa moderna.

Insomma, a San Siro non ci andavo più da una decina d’anni. Erano altri tempi, era un altro Milan. Si vincevano scudetti, si vincevano champions. Sul tetto d’Italia, d’Europa e del Mondo. Poi è capitato quello che è capitato e così l’altra sera abbiamo deciso di tornarci. La partita era di quelle che non saranno ricordate nella storia, un preliminare in 3 agosto che odora più da trofeo estivo che non da competizione europea. Contro il Craiova, onesta squadra romena. Ma erano anni che non si respirava quel clima da impresa, la campagna acquisti cinese aveva rivitalizzato i cuori. E così è stato incredibile ritrovarsi, nell’afa umida e densa, in sessantacinquemila: di nuovo in Europa, di nuovo con un sogno nel cuore. Anello blu aperto, code ovunque e elettricità.

Lasciamo il racconto della partita e dei suoi protagonisti agli esperti del settore. A noi restano alcune emozioni. Come la scenografia iniziale, la curva sud che diventa rossonera con lo slogan “è triste il mio cuore lontano da te”. Poco prima, si era presentato Leo Bonucci – che gioia rubarlo alla Juve, adesso ha il compito di segnare ai bianconeri almeno due gol in questo campionato – e la curva aveva perdonato i tentennamenti di Gigio. Stupendi questi flussi di empatia tra la folla e i suoi idoli, che passano in pochi attimi da eroi a nemici, ma che se si fanno perdonare diventano miti assoluti.

C’è poi tutto il racconto dei colori della partita. Del verde del campo abbiamo detto, dell’aria densa pure. Ma c’era quella macchia blu dei tifosi romeni, in terzo anello, che faceva tenerezza. Ci provavano, ogni tanto, ad incoraggiare i propri eroi. Ma San Siro non ha pietà dei deboli: in campo prendevano gol, dagli spalti fischi. Poi c’erano tutti gli striscioni. I club, i gruppi, le bandiere, i saluti. Rito collettivo catartico, quello del porre l’accento sulla propria identità. E che bello rivedere ancora quel “Marco Unico” con lo scudetto. Mi ricordo la prima volta che lo vidi, avevo dieci anni fu il mio esordio a San Siro. Un Milan-Christmas Star con Papin in campo e Albertini che mi firmò l’autografo. Ma da allora ogni volta che torno a San Siro penso solo a lui, a Marco Unico.

E poi avanti, tra azioni e volti nuovi, nel relax sereno di una estate ottimista, che porta vittorie sudando il giusto, per via delle temperature più che per la fatica. Finisce con la sfilata in tribuna – sempre bello vedere i telecronisti leggendari rossoneri, come Crudeli o Pellegatti, mentre i megafoni urlano l’inno del Milan. “A brillar per noi, una stella in più”. E poi via, verso l’uscita. Montella in conferenza stampa che ringrazia per la vittoria più l’energia che proveniva dagli spalti che non la tattica: e d’altro canto, sono pochi giorni di allenamenti, giovanotti che ancora non si conoscono. Ci sarà tempo.

Fuori, solito rito. Ultimo panino, l’acquisto di una sciarpa – che noi si tifa Milan e non si hanno cugini – e che bello vedere la maglia di Bonucci rossonera. Quasi quasi la compero e la regalo a quel mio amico juventino. Ciao San Siro, e grazie di tutto.

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La scrittura è una malattia, che cura da vent’anni con tutto il giornalismo possibile: ha lavorato per due quotidiani, una televisione e mezza dozzina di riviste, guidato da direttore responsabile magazine e siti internet. Autore di un libro storico sul secondo dopoguerra e di un romanzo di narrativa, ama firmare reportage di viaggio ed è membro del Gruppo italiano stampa turistica. Si emoziona per un calice di Prosecco o per una alchimia di gusti nel piatto. Runner per passione, ha vissuto più maratone di quanto potesse sognare ma trova quiete solo correndo tra i monti e nelle note della moonlight sonata di Beethoven. Vive con Ketra, tre gatti e un cane zoppo. È il direttore di Storie di Eccellenza.

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