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Il giardino segreto di Villa de Claricini Dornpacher

Il giardino all’italiana, in questo testo così ben descritto e documentato, è conseguenza della rivoluzione culturale avvenuta nel Rinascimento.

Fino al Medioevo esisteva prevalentemente lo spazio recintato dell’hortus conclusus – come dice la stessa etimologia clusus=chiuso – un giardino isolato, spesso annesso ai conventi. Era un luogo di introspezione, di ovattati silenzi e preghiera ma soprattutto un luogo adibito alla coltivazione di piante medicinali a scopo terapeutico o aromatiche ad uso culinario, quindi era destinato ad un fine di utilità. Ogni terreno, ancor più in contesti meno agiati di quelli ecclesiastici, era vincolato a dare profitto.

Con il Rinascimento nasce il concetto del giardino ludico. Un ambiente superfluo e privilegiato, creato dall’uomo esclusivamente per il proprio piacere. E non poteva che essere così. L’umanista rinascimentale, antropocentrico, domina e plasma la natura. Razionalizza il caos. È il centro del proprio Universo e quindi anche il centro del proprio giardino, che diventa giardino “formale”. Ci si sbizzarrisce con l’arte topiaria (quella che ricordiamo dal film-cult: “Edward mani di forbice”) che consiste nel dominare la vegetazione assoggettandola a forme regolari prestabilite, spesso del tutto artificiose. Le ville nobiliari si ammantano della coltre verde e precisa delle siepi. Il viale principale è un asse longitudinale che si dispiega dal centro dell’abitazione e a volte perfino ortogonale, davanti e dietro, intersecando idealmente la dimora: un sentiero diritto di ghiaino o pavimentato costeggiato da statue d’ispirazione mitologica e classica e putti musici (come quelli oggi magistralmente restaurati di villa de Claricini). Ci sono quadrilateri o labirinti di bosso, fontane, terrazzamenti spesso delimitati da una balaustra, e a seguire in prospettiva altri sentieri ombreggiati di lecci, di infilate verticali di cipressi, e di cedri.

È intuibile come tutto ciò richieda tempi lunghi e antiche sapienze compositive necessarie alla realizzazione di quinte scenografiche, commisurati punti di distanza, spaziosità architettate, giochi alternati d’ombra e di luce.

Questo tipo di giardino resterà nei secoli e ancora è il segno distintivo delle ville italiche. Caratterizzato in modo definito e ben diverso da quello di ogni altra nazione europea. Diverso da quello ispanico-moresco e da quello olandese (semplice, secondo il rigore calvinista). Solo il giardino alla francese, ispirato al nostro, manterrà molte similitudini, tuttavia la variante francese perderà in sobrietà e acquisirà forza impattante diventando spesso un’ostentazione di lusso e di potere. La grandeur francese darà adito al fasto dei giardini barocchi, parchi sontuosi di ciclopiche dimensioni (favoriti anche dal suolo più pianeggiante), in cui l’uomo non è più protagonista ma piuttosto piccolo spettatore sperduto. A seguire arriverà, quasi per reazione, nel diciottesimo secolo, il giardino inglese: multiforme e disordinato, con dossi e avvallamenti, e piante a crescita spontanea.

“Interpreto con il cuore, tanto quanto con l’occhio” – riassumeva così la sua arte il pittore Corot. La vista di un giardino all’italiana, allo stesso modo, coinvolge emotivamente, diventa uno stato d’animo. Predispone alla serenità dello spirito. Sarà per l’aria satura di fragranza di rose o di polline di fiori gettato nel vento, sarà per i freschi zampillii di fontane e giochi d’acqua, o sarà perché l’immaginario collettivo rievoca fruscii di seta di incantevoli dame o sussurri di amanti clandestini negli angoli segreti. È un mondo lontanissimo dalla contemporaneità, eppure ancora ci affascina. Perché? Per rispondere estrapoliamo le parole del filosofo Tommaso d’Aquino:La delizia sensibile delle cose in giusta proporzione. L’attrazione estetica è data dalla simmetria, dall’innegabile piacere mentale che ci deriva dalle forme regolate geometricamente. È una disciplina, un ordine intimo interiore prima ancora che esteriore. Quasi un legame tra bellezza e matematica. In una parola: armonia. Questo tipo di giardino formale, ci appaga dunque esteticamente così come ci gratifica la contemplazione di un’opera d’arte se, come scrisse Seurat nel 1890: “l’arte è armonia”. Ma c’è di più. Questo giardino è una delle più raffinate manifestazioni della creatività della natura e dell’uomo insieme.  In rare occasioni uomo e natura s’intendono così alla perfezione e collaborano alla pari senza il soccombere dell’uno o dell’altra. “La natura non ci mette che la materia prima, il seme ed il terreno… è l’uomo che alleva la pianta, che la foggia, la colora, la scolpisce a modo suo” – scrisse Huysmans in “A rebours”. In questa specifica occasione l’uomo esercita la laboriosa arte topiaria con competenza, abilità manuale e creatività e la natura ricambia lasciandosi plasmare e restituendo la delizia di fioriture inaspettate o del tenero germogliare delle foglie. Come un vero rapporto d’amore condiviso e bilanciato. Ora che l’attuale relazione con l’ambiente è spesso problematica e si è rotto l’equilibrio tra uomo e natura, in questi giardini si ritrova lo spirito arcadico e idilliaco che li generò.

Villa de Claricini, però, non racconta solo di faggi secolari, bossi e topiarie, ma anche di un’antica famiglia aristocratica, illuminata e colta. Agiati e ben introdotti nelle alte sfere, i Claricini acquisirono nel 1418 anche un ulteriore titolo dalla casata austriaca Dornpacher. Noi li conosciamo principalmente per l’erudito Nicolò che nel 1466 trascrisse la Divina Commedia lasciandoci così uno dei codici più antichi (che verrà ricordato a breve in occasione del VII centenario della morte di Dante). Fu una stirpe altolocata e tuttavia non avulsa dalle questioni del mondo o chiusa in superbo isolamento, ma anzi ben inserita nella socialità e in politica. Nobiltà di avveduti imprenditori, non dimentica del lavoro quotidiano (come dimostrato anche dai numerosi quaderni contabili). La villa padronale riflette tale condizione esistenziale razionale. È elegante e impreziosita da alcuni elementi, come il frontone e i comignoli, ma nel contempo è semplice e lineare, quasi a richiamare una casa colonica, inserita nel contesto rurale friulano. Sia la villa che il giardino non hanno la pomposità delle ville romane ma piuttosto un’eleganza discreta e non priva di funzionalità. Quasi più vicina alle esigenze e alla sensibilità di oggi.

Questa dimora di Bottenicco (Moimacco, Ud) è uno degli innumerevoli patrimoni italiani che abbiamo il dovere morale di mantenere al meglio. Un augurio quindi alla Fondazione, così ben diretta, di perseverare nella tutela e nella valorizzazione di questi beni storici, vanto nazionale. Complimenti alla curatrice del volume, dott.ssa Accornero, e alle collaboratrici e autrici dell’impegnativo restauro.

Non dobbiamo dimenticare che l’Italia è universalmente nota come espressione della bellezza. Come ci ricorda Goethe (personaggio di Mignon-1783): «Conosci il paese dove fioriscono i limoni, / tra scure foglie le arance d’oro risplendono…?»

April, Works in a Garden (1614) by Jan Wildens

Marina Dalla Vedova

 

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