Curva Sud, la protesta è legittima: ma i cori per i giocatori non devono mancare
Il Milan si prepara all’esordio stagionale in Coppa Italia contro il Bari, ma il clima intorno a San Siro è tutt’altro che sereno. La Curva Sud, cuore pulsante del tifo rossonero, ha scelto di alzare la voce contro le nuove restrizioni che, a loro dire, hanno trasformato lo stadio in un “regime autoritario”. Un’accusa pesante, accompagnata da un comunicato che non lascia spazio a interpretazioni: “A oggi, nel regime autoritario imposto a San Siro, non esiste la minima condizione di fare il tifo”.
La Curva ha elencato uno scenario che fa riflettere: nessuna risposta sui nuovi striscioni, divieto quasi totale per quelli storici, black-list di abbonamenti al secondo anello blu che paradossalmente permette però l’acquisto dei singoli biglietti nello stesso settore. A questo si aggiunge un dettaglio che ha mandato su tutte le furie i gruppi organizzati: nella lista nera non figurerebbero solo i capi, i vocalist e gli addetti alle coreografie, ma persino i loro familiari e ragazzi incensurati.
Una misura che la Curva legge come diretta conseguenza delle contestazioni pacifiche davanti a Casa Milan degli scorsi mesi. In pratica: puniti per aver espresso opinioni. Da qui la scelta amara: sospendere il tifo, lasciare in silenzio il settore più caldo dello stadio. “Spiace per il mister e per la squadra, vittime sacrificali di questa repressione cieca, ingiustificata e senza logica. Buon teatro a tutti!”, il messaggio finale.
E qui sta il punto. La protesta, a ben vedere, è comprensibile e persino necessaria. Perché un tifo non può esistere senza libertà, senza identità, senza la possibilità di portare dentro lo stadio simboli, cori e bandiere che da decenni raccontano la passione rossonera. Ed è giusto che la Curva difenda il suo spazio, che alzi la voce contro decisioni che sanno più di repressione che di ordine pubblico.
Ma c’è un confine che non dovrebbe mai essere superato: quello che separa la battaglia politica dalla squadra in campo. Se i giocatori diventano vittime collaterali, se il loro esordio stagionale avviene in un silenzio tombale, chi davvero ci perde è il Milan stesso. Non Cardinale, non la società, ma quei ragazzi che vestono la maglia e che senza il calore del pubblico si ritrovano a giocare in un San Siro dimezzato.
La Curva ha ragione a protestare, ma dovrebbe allo stesso tempo trovare la forza di fare i cori per i giocatori. Sostenere la squadra e contestare la società non sono azioni incompatibili, anzi: sono due binari paralleli che possono correre insieme. Il rischio, altrimenti, è che l’unico messaggio che arrivi sia quello del silenzio, e che a pagare siano solo i calciatori, colpevoli di nulla.
Il Milan ha bisogno del suo popolo, sempre. Anche in tempi di conflitto con la dirigenza, anche quando le regole sembrano scritte per spegnere la passione. Perché il tifo rossonero non è mai stato una recita, ma un’identità. E proprio per questo, oggi più che mai, va difesa sì, ma va anche fatta sentire.