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Da Riese Pio X a Manhattan: il filo invisibile che unisce la terra del Papa ai grattacieli di Gotham

NEW YORK – Se si cammina tra le navate della Cattedrale di San Patrizio, sulla Quinta Strada, e poi si vola idealmente verso le dolci colline trevigiane di Riese Pio X, si scopre che la distanza tra i due mondi è molto più sottile di quanto i quattromila chilometri di oceano lascino pensare. È un legame fatto di fede, di valigie di cartone e di una figura che ha cambiato la storia della Chiesa e l’identità di migliaia di emigranti: Giuseppe Sarto, l’unico Papa veneto del XX secolo.

Pio X: Il Santo dei migranti a New York

Il legame più forte è incarnato proprio da San Pio X. Quando Giuseppe Sarto salì al soglio pontificio nel 1903, l’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti era al suo apice. Moltissimi trevigiani, partiti dalle terre intorno a Riese, trovarono rifugio a New York portando con sé il culto del “loro” Papa.

Ancora oggi, in diverse parrocchie di Brooklyn e del Bronx, la figura di Pio X è venerata come protettrice di chi ha lasciato la patria. Il suo impegno per la catechesi e la comunione ai bambini toccò profondamente le comunità cattoliche newyorkesi, che vedevano in lui un padre vicino alle loro fatiche quotidiane. Non è un caso che a New York esistano istituzioni e scuole dedicate al pontefice di Riese, simboli di un’identità che non si è mai spezzata.

Storie di braccia e di ingegno

Ma i legami non sono solo spirituali. Sono vicende umane di famiglie che, partendo da Riese Pio X e dalle frazioni di Spineda e Vallà, hanno contribuito a costruire fisicamente New York. Molti scalpellini e operai specializzati trevigiani lavorarono nei grandi cantieri del primo Novecento, portando quella maestria veneta nel lavorare la pietra che è visibile in molti dettagli architettonici dei palazzi d’epoca di Manhattan.

Nelle cronache dei circoli veneti di New York si rintracciano spesso cognomi tipici della zona di Riese. Sono storie di persone che, pur diventando fieri cittadini americani, hanno mantenuto vivo il dialetto e le tradizioni, creando una “Riese d’Oltreoceano” che si riuniva per celebrare le festività del paese d’origine, mantenendo un ponte costante con i parenti rimasti a casa.

Un ponte culturale che resiste

Oggi il legame si è evoluto. Non è più la New York della disperazione, ma quella delle opportunità. Giovani professionisti partiti dal distretto tecnologico e produttivo del trevigiano si ritrovano nei grattacieli della finanza o negli studi di design di Brooklyn. Ma il punto di contatto resta la memoria: la casa natale di Pio X a Riese continua a essere meta di pellegrinaggio per molti italoamericani di terza e quarta generazione che tornano alle origini per riscoprire dove tutto è iniziato.

C’è una sorta di “orgoglio di confine” che unisce la determinazione tipica della gente di Riese alla resilienza necessaria per sopravvivere a New York. È quel senso di appartenenza. Un sogno che, per molti riesini, è partito dalle rive del Muson per arrivare ai piedi dell’Empire State Building.

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