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“Gomiero, l’uomo che ha domato il Grappa”
Ha creato il trail più duro d’Italia. E l’ha vinto contro se stesso.

La Leggenda del Grappa: Alessandro Gomiero, il Conquistatore dell’Ultra Trail Impossibile


Paderno del Grappa. Le prime luci dell’alba di un sabato recente illuminano la cima del Monte Grappa, ma per Alessandro Gomiero, il tempo è un concetto che si è dilatato, ha perso di significato, è diventato un’eco lontana di sforzo e volontà. Dopo 85 ore e 55 minuti, 270 chilometri, 19.000 metri di dislivello positivo e dodici salite estenuanti, Alessandro Gomiero ha scritto la storia: è il primo uomo al mondo ad aver completato il “Grappa Ultra Trail”, un’impresa che lui stesso ha ideato, sognato e, infine, conquistato. Seduti, con la tazza di caffè tra le mani, ascolto la sua voce, roca ma vibrante, mentre ripercorre un viaggio che va oltre la semplice sfida atletica, toccando le corde dell’epica e dell’animo umano.

La Partenza e le Prime Prove: Umidità, Vesciche e la Solitudine del Corridore

“Due amici mi hanno accompagnato a San Nazario Valsugana, all’una di notte precisa sono partito,” inizia Alessandro, gli occhi che sembrano ancora fissare il buio primordiale. I primi chilometri sono subito un banco di prova: “3-4 chilometri con 1.000 metri di dislivello in soli 3 km. Sono salito piano, ma il tratto di erba alta e umida ha subito bagnato le scarpe, ammorbidendo la pelle e mettendo a rischio le vesciche.” Un timore fondato per chi deve affrontare distanze simili. L’alba lo coglie in cima: cambio scarpe, calzini e l’applicazione meticolosa dei cerotti, gesti che diventeranno un rituale salvifico.

La discesa verso Alano di Piave non è meno insidiosa. “Ho impiegato sei ore tra scendere e risalire, di nuovo erba alta, di nuovo scarpe bagnate.” Nonostante la fatica, la sua disciplina è ferrea. “Ho mangiato come fosse una giornata normale, colazione, spuntino, pranzo, cena, a volte pranzi doppi, integratori nel mezzo. A volte, a cena, lo stomaco semplicemente non ne vuole più sapere.” È la prima lezione di un corpo che, sottoposto a stress estremi, inizia a comunicare in modi inaspettati.


La Tempesta e la Lotta contro la Natura e la Mente

Il pomeriggio di giovedì lo trova a Schievenin, dove lo attende un tratto lungo 15 km, andata e ritorno. “Lì ho trovato Andrea Gallina con un amico. Mi aspettavano con un frigo, acqua e un asciugamano, e all’improvviso è arrivato un temporalone.” Protetti dal bosco, Alessandro decide di rallentare, riposare, aspettare. La pioggia battente, un elemento in più in un’equazione già complessa. “Non avevo il giubbotto dietro, mi portavo il minimo indispensabile.” Una scelta coraggiosa, dettata dalla necessità di leggerezza, ma che espone ai capricci del meteo.

Poi, il salto verso le creste scoperte. “Lì non c’era bosco, solo nuvole e temporale. Ho temuto i fulmini, ho accelerato.” Il racconto si fa più concitato, la sua voce risuona del brivido provato. Le zecche, compagne indesiderate del percorso, sono un problema costante: “Mettevo il repellente, ma ho ancora tanti segni di punture.”

Tornato da Schievenin, la stanchezza si fa sentire, la notte è calata. “C’erano dei ragazzi da Vicenza a Borso del Grappa che volevano fare un pezzo con me.” Un breve riposo di una o due ore, la temperatura che si abbassa, foschia e umidità che avvolgono tutto. “Mi sveglio e parto con loro. Faceva freddo, da giubbino e guanti, ma scesi di 200-300 metri faceva di nuovo caldo.” La variabilità del clima del Grappa è un nemico invisibile. “I primi che hanno fatto discesa e salita con me, mi hanno aiutato a macinare strada.” L’aiuto umano, una risorsa preziosa.

A Borso del Grappa, l’organizzazione fai-da-te di Alessandro si rivela: “Avevo nascosto bottiglie d’acqua sulle discese per essere sicuro di trovarne.” La previdenza è cruciale. Sulla cima del Grappa, un altro temporalone. “Prendo acqua e arrancavo per la quarta salita nelle 24 ore. Ho finito 100 km e 7.000 metri di dislivello in 25 ore.” Un traguardo significativo, raggiunto in condizioni estreme. “Sopra faceva freddo, fresco, e si stava bene. Andavo piano, ma le persone che incontravo erano speciali, gentili, interessanti, carine, disponibili. Abbiamo fatto diverse chiacchierate. Il lato umano è stato bellissimo.” La fatica si stempera nel contatto con gli altri, la condivisione di un’esperienza fuori dall’ordinario.


L’Alimentazione del Super-Atleta e le Crisi Impreviste

Dopo aver dormito altre due o tre ore, scende a Possagno. La sua alimentazione è un capitolo a sé: “Di notte, da Borso del Grappa, avevo scatoline di pasta già pronta con tonno e affettato, scatole di orata e patate, patate lesse con sale, yogurt greco, frutta. Avevo una tenda con corrente, una macchina del caffè con le cialde. Pasti quasi normali: affettati, pasta, panini sottovuoto con formaggio spalmabile e miele, pane morbido che riuscivo a mangiare.” Una logistica alimentare studiata nei minimi dettagli per sostenere uno sforzo sovrumano.

La discesa di Possagno lo vede accompagnato da un piccolo gruppo: Alberto, Roberta, Manuel “el Barba” e Anita del consorzio. “Video e foto, poi si risale con loro. Tanti graffi, sentiero poco pulito, zecche, e un caldo infernale che mi ha penalizzato.” Il caldo, il suo vero nemico. “Volevo finire in 72-75 ore, invece ho chiuso in 85-86. Il caldo mi ha rallentato molto.”

A metà della salita da Alano di Piave, la crisi più inaspettata: “Crisi idrica. Anche buttando 4-5 litri a salita e discesa, sudavo troppo.” La disidratazione, un fantasma sempre in agguato. “A Cima Mandria speravo di trovare una fonte, un rubinetto, qualcosa. Ho trovato un bivacco con muri e porta di legno, e dentro una credenza c’era una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo, chiusa e fresca. Un miraggio, un’oasi.” Un momento di pura felicità, un dono inatteso del Grappa. “Nei bivacchi si prende e si lascia; ripasserò a portare bottiglie per i prossimi che arriveranno.” Un codice non scritto di solidarietà tra chi affronta la montagna.


L’Incontro, l’Igiene e la Forza della Mente

Alla base vita, di nuovo rifornimento: “Manuel, Roberta, io. Mi riempio di carboidrati, le mie cose. Ragazzi, vi saluto.” Roberta, forte trail runner da Tezze sul Brenta, lo accompagna per 20 chilometri di discesa molto corribile. “Gara a chi arriva prima al ponte della Vittoria di Arsiè. Ho vinto io, lei ha sbagliato strada!” Un sorriso affiora sul volto di Alessandro, un attimo di leggerezza in mezzo alla fatica.

Ad Arsiè lo aspettano Nicoletta e Silva del consorzio, e Massimo Barco, un influencer di 25 anni. “Ha voluto salire con me, carino. Gli ho raccontato come si vive in una situazione del genere.” Una salita lunga, 3-4 orette, fino all’arrivo al buio dove incontra Diego, appassionato di parapendio e trail. “Si è messo a dormire nella mia auto, io in tenda.”

L’igiene personale, un aspetto spesso sottovalutato ma fondamentale in queste imprese. “Al campo base su Cima Grappa, nei bagni dei militari, potevo lavarmi. Erano aperti a tutti. Doccia sul lavandino ogni tanto. Bisogna stare attenti all’igiene: abrasioni, sporco. Maglie e pantaloni, boxer aderenti per evitare sfregamenti, lavarli bene e metterli ad asciugare per avere un cambio pulito. Ti evita inconvenienti.”

Alessandro spiega anche il suo sistema di tracciamento e ricarica: “Due GPS, uno al polso sinistro per registrare le tracce e inviarle al consorzio, e uno al polso destro, un Garmin da bici che registra la traccia unica. Powerbank leggero da 100 grammi e 5.000 ampere per ricaricare. Nelle soste in tenda mettevo tutto in carica: torce frontali, il terzo GPS da parapendio per vedere ogni 10 minuti dove ero.” La paura di perdere i dati, una preoccupazione concreta.


Il Sabato della Rinascita: Nuove Salite e Compagni Imprevisti

Il sabato mattina si apre con una ripresa inaspettata. “Alle tre del mattino. Il primo giorno quattro salite e discese, il secondo due ma lunghe e impegnative. Sabato dovevo recuperare, dalle tre del mattino alle tre del pomeriggio, tre discese e salite, lasciando per la fine quelle più semplici: Madonna del Covolo, San Liberale (sentiero 151) e poi il 153.”

A Covolo, scende con Diego. “Gente mai vista, non so i cognomi, solo i nomi. Ognuno si parla, si racconta.” Una discesa veloce su mulattiera, un’ora e venti, e poi su con la direttissima. “Arrivo su, caffè. E poi sentiero 151 per recuperare il tempo perso. Scendo in un’ora e quindici, sempre di corsa.” Incontra Davide, un friulano, Giorgio da Rovigo e un altro amico di Diego, forse Manuel. Diego ritrova la sua ragazza che gli consegna lo zaino da parapendio. “Siamo saliti con Giorgio, Diego e Manuel sul sentiero 151, abbiamo mangiato qualcosa. Da lì Diego si è lanciato col parapendio.”

Alessandro rimane con Giorgio, che vuole fare il 153. “Sempre di corsa. Saliamo per il 153, e giù troviamo Davide il friulano e risaliamo il 153. Alla fine, San Liberale, fontana d’acqua completa. Ho bevuto acqua, correvo in salita, stavo bene, ma devi risparmiare, riposare. Solo nell’ultima salita puoi osare.”


La Magia della Condivisione e l’Incontro con Luik

Dopo aver completato questi tre segmenti nel primo pomeriggio, la felicità è palpabile, ma la stanchezza lo costringe a un nuovo riposo. “Avevo dormito sette ore in tre giorni. Dormo un’ora, e al risveglio trovo LUIK.” Loïck, un personaggio quasi leggendario: madre francese e padre italiano, esperto di lunghissime distanze, maratone nel deserto del Gobi, in Asia e nel Medio Oriente. “Esperto in corsa da 200 chilometri abbondanti.”

Le ragazze del consorzio, costantemente preoccupate e disponibili, sono un supporto fondamentale. “Cosa ti serve, cosa vuoi, dicci tutto. Un sacco di sorprese durante. Mi portavano cibo alla base vita, acqua fresca, eccezionali.”

Alessandro parte con Loïck per la discesa di Cismon, 13 km andata e ritorno. “Tecnica, su ciottoli, sentiero di sassi scivolosi, foglie. Lui forte, io stanchino. Fontana a Cismon sotto l’arco, ci si lava, caldo. Riempi le bottiglie, integratori e torna su. La strada è lunga.”


La Testa, il Vero Motore dell’Impresa

In questo tratto, Alessandro riflette su una lezione appresa da altre imprese, come il Tor des Géants e i lunghi percorsi in bici da 4.000 chilometri: “La testa ha un ruolo importante. Il fisico deve sopportare, ma la testa è fondamentale. Non c’è altra storia. Non devi pensare a nulla.” A Cismon, con 200 chilometri nelle gambe e il caldo, la mente deve essere un martello. “Devi andar su, andar su e non pensare a nulla. Ogni pensiero, anche se positivo, può avere un lato negativo. Se dici che va tutto bene, è un rischio. Devi macinare, salire e spingere 1.500 metri di dislivello, fare salite senza sosta, spingere con ritmo costante. Ogni pausa e pensiero è perdita di tempo e negatività, non va fatto.”

Risaliti col buio, arrivano alla cima del campo base verso le 23. “Trovo le ragazze del consorzio, mio fratello Andrea, Gioia e due amici del gruppo ‘I Fuori Traccia’, Jacopo e Sabrina. Mi mancavano solo due salite: il 180 da Santa Felicita e il 100.”

Alessandro decide di dormire un’ora. “Era mezzanotte. Non riposare un’ora e poi due-tre ore di fatica.” Aver dormito tre ore gli ha dato energia. I suoi accompagnatori erano irrequieti, ma alle tre del mattino, dopo colazione e caffè, sono partiti per il 180. “Un sentiero che ho fatto una sola volta in vita mia. È segnato male e poco, non passa nessuno. Arrivi nel canalone di Santa Felicita, pietre alte, difficili, pericolose.”


L’Ultima Spinta e la Gloria al Sacrario

La fatica si fa sentire. “Avevo male ai piedi, alle gambe, fatica. Sembravo uno zombie. Poi torno su e ho tirato la salita che faticavano a starmi dietro. Vedi cosa fa la testa? Se sai dare il giusto carburante, se sai che ti manca solo una discesa e una salita e finisci l’opera, hai forza, energia, qualità.”

L’ultima salita, il sentiero 100, quello a cui è più affezionato. “L’ho fatta almeno cento volte, non mi serve traccia, me la gusto.” Salgono chiacchierando. Sul 180 ritrova anche Roberta, che aveva accompagnato a Possagno e Arsiè, e vuole fare anche il 100. “Tanti amici del paese, gente che conoscevo. Lì mangio e bevo qualcosa e via subito. Faccio il 100 con altri due e Roberta. Poi mi hanno fatto tornare su da solo. Era una cosa tra me e me. Me la sono inventata e volevo finirla con me stesso.”

La prima metà del sentiero 100, a passo medio. “Corro per arrivare sfinito, volevo sentire la fatica, il sudore. Dovevo arrivare consumato.” L’ultima metà, corsa in salita, senza sosta. “Salendo trovo il Soccorso Alpino, c’era un capannello di gente per incoraggiarmi, che faceva video e foto. E io, che non sono famoso, era piacevole.”

L’arrivo sulla cima del sentiero 100, che sbuca dal basso al Sacrario del Grappa. “L’ultima salita, e vedi le scalinate. Come un gladiatore. Fai l’ultimo gradino e si apre il viale del Sacrario con i sette ceppi italiani e austriaci, e tutti i miei amici sopra che mi applaudono. Avevano messo un nastro, tutto perfetto.”


Un Primato da Condividere, non da Ripetere

“Questo è stato il nostro Grappa Ultra Trail,” conclude Alessandro, il tono di voce ora fermo, quasi solenne. “La cosa bella è che me la sono inventata, proposta io. Nessuno l’ha mai pensata prima. Mi gongolo di questo primato e del tempo fatto: 85 ore e 55 minuti. È un tempo che, se qualcuno vuole battere, sarei onorato. È un FKT, il Fastest Known Time per un segmento di 270 km. Se qualcuno vuole provarci, non è semplice da organizzare. Se qualcuno vuole provarci, faccio da assistenza.”

L’interrogativo finale è inevitabile: lo rifarà? “Mi piace cambiare, fare esperienze nuove. Se la rifaccio non è una cosa nuova. Potrei farla per farla meglio, ma prima vediamo se qualcuno migliora il tempo”

Alessandro Gomiero, atleta degli Amici del Brenta di Piazzola, non è solo il primo uomo ad aver domato il Grappa Ultra Trail. È la dimostrazione vivente di come la passione, la determinazione e una buona dose di follia possano spingere i limiti umani oltre ogni immaginazione, trasformando un’idea ardita in una leggenda personale, scritta passo dopo passo, salita dopo salita, nel cuore della sua montagna.

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