Impressionismo fra Firenze e Parigi
Scendendo la scalinata della Gare D’Orsay, ex stazione ferroviaria ristruttura dall’Archis
tar italiana: Gae Aulenti, oggi Museo di Arte, si ha la netta sensazione della battaglia fra pittori del 19° secolo. Cioè fra i pittori cosiddetti Pompiers e i nuovi detti Impressionisti. Da una parte: cori e scene di fanciulle, o combattimenti romani sul ricordo del romanticismo, dall’altra: interni di case borghesi, ritratti di medici, avvocati e politici o di giovinette intente al pianoforte, o pronte per il balletto di Degas e Manet. Ovviamente vincerà la pittura di questi ultimi in quanto l’aristocrazia stava esaurendosi e sorgeva la nuova classe borghese fatta per l’appunto da avvocati, medici, e politici. Tutto questo iniziò a Barbizon, ad una ottantina di kilometri da Parigi, nella foresta di Fontainebleau. Qui si trovarono Corot, Dubigny, Millet e Taureau che guardarono al paesaggio di campagna, alle mandrie di buoi, ai pastori e/o pastorelle con le greggi, ecco, tutto ciò attirò una trentina di pittori da tutta Europa creando quel gruppo conosciuto come la Scuola di Barbizon. Si ricordi en passent il grande quadro di Manet (che conosceva Barbizon) le Dejeuner sur l’erbe. Questo quadro cambiava la pittura dell’ottocento proiettando il gruppo ritratto nel quadro all’interno della società borghese, quasi una contrappeso, più che una contrapposizione alla nascente società industriale di quegli stessi anni. Tutto ciò avveniva in Francia, o meglio, a Parigi e dintorni. Mentre nello stesso periodo in Italia alcuni artisti si riunivano al Caffè Michelangiolo di Firenze e stanchi della pittura romantico risorgimentale presero a dipingere ciò che gli stava attorno: donne semplici, contadini al lavoro, battaglie di soldati o carovane di pastori.. Per cui vennero chiamati dispregiativamente “macchiaioli”. Ciò non era se non una versione anticipatrice, o coeva, dell’Impressionismo. Così: Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini,Vincenzo Cabianca, Adriano Cecioni e altri, adotteranno una maniera nuova di dipingere in un rinnovamento tecnico percettivo basato su una visione per zone cromatiche che privilegiano l’immediatezza della forma chiaroscurale alla tradizionale velatura. Ma fra le due scuole pittoriche, seppur coeve, c’è un ponte! il ponte si chiama Diego Martelli, critico che per primo usa il concetto di macchia, poi, ritortogli contro da giornalisti in cerca di pubblicità. Ma la dimostrazione di questo suo legame con i due mondi sono il ritratto di Giovanni Fattori in Castiglioncello, dove il Martelli riuniva d’estate i pittori macchiaioli, essendo benestante, e quello di Eduard Manet in Parigi dove frequentava Camille Pissaro e Edgar Degas. Il Degas lo aveva conosciuto già in Firenze al caffè Michelangiolo, che Degas frequentava in compagnia di Gustave Moureau. Il nonno di Degas era proprietario in Napoli del palazzo Pignatelli dei Monteleone che egli abitava nel suo soggiorno tosco-napoletano durante i suoi studi d’arte. Ma da un altro pittore erano stati fissati questi legami fra i pittori macchiaioli e quelli di Parigi, e questi era Federico Zandomeneghi (Venezia 1841+Parigi 1917). Costui “figlio d’arte” aveva frequentato Firenze dove aveva conosciuto Degas. Poi, come si usava all’epoca, i pittori veneziani andavano a Parigi, mentre quelli dell’area triestina attratti dalla Mitteleuropa gravitavano su Monaco. Zandomeneghi, quindi, nel 1874 partì per Parigi e vi si stabilì definitivamente. Si noti che la prima mostra impressionista si tenne a Parigi proprio in quell’anno: 1874. Qui vi ritrovò l’amico Edgar Degas e con lui condivise i soggetti allora in voga: cafè chantant, ballerine, salotti borghesi e gran dame della Borghesia. In questo contesto, Zandomeneghi (Zandò alla francese) assimila la modernità visiva del maestro francese – l’attenzione all’attimo, l’inquadratura audace, la gestualità sospesa – rielaborandola secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana. Ma la sua pittura risente del divisionismo e dell’impressionismo e quindi la sua luce è dirottata sui gruppi di un interno borghese come nel film di Luchino Visconti che riprende le luci ottocentesche a fanale, a gas, suddivise in pennellate a tocco impressionista. Invece la pittura di Degas è più “macchiaiola”. Egli, i pastelli a cera usava scioglierli disponendoli, poi, col pennello sulla tela a volte con spatole, a volte con le dita. Ciò dà il senso di un operare senza confine, senza disegno o segno. Creando così una luce sfatta, non elettrica dove tutto e definito e tagliente, bensì una pittura sfocata. E mentre Zandomeneghi si muove come un cantore degli interni borghesi, Degas offre l’idea di un “backstage” dove tutto è in “tonalità minore” quasi debole, sommesso. Così che il racconto si fa intimo. Un confronto questo, fra i due, che non solo illumina due percorsi artistici straordinari, ma offre una lettura limpida e sorprendente del contributo della cultura artistica italiana e francese alla nascita della modernità europea.
Boris Brollo
Post Scriptum: Le ballerine, dei nudi che si lavano, sono opere che pur appartenendo a Degas vengono riprese dal Zandomeneghi. La contiguità dell’amicizia rendeva complici i due per probabile simpatia con i soggetti da ritrarre che sentivano comuni. Un’altra coppia simile, agli inizi del secolo scorso, fu quella dei due fondatori del Futurismo: Umberto Boccioni e Luigi Russolo. Costoro soprattutto nel loro corso d’incisione vivevano gli stessi soggetti di famiglia, come le sorelle, o le madri mentre cucivano o ricamavano, così come condividevano dei ritratti femminili ad olio con donne dalle grandi chiome esposte, poi, fianco a fianco nella mostra a Padova sul Futurismo del 2022/23.
INFO:
Zandomeneghi & Degas (Impresionismo tra Firenze e Parigi)
Rovigo, Palazzo Roverella
dal 27 Febbraio al 28 Giugno 2026
Lunedì/Venerdì – 9,30/18,30
Sabato e festivi – 9,00/17,00