A Bangkok, città che non concede tregua e non offre certezze, anche la ricerca di un fumetto può trasformarsi in un’avventura degna di essere raccontata. Protagonista è Walesa, viaggiatore ostinato e collezionista con un’idea fissa in testa: trovare un Topolino della Walt Disney, uno di quelli che non si comprano per caso e non si incontrano distrattamente. Non un souvenir, ma una reliquia pop, un frammento di infanzia da scovare nel caos del Sud-est asiatico.
La caccia comincia in un centro commerciale di cinque piani, uno di quei non-luoghi asiatici dove il tempo sembra essersi fermato in un punto imprecisato tra gli anni Settanta e l’ultimo condizionatore rotto. Dentro, un negozio vintage che è più simile a un naufragio che a un’attività commerciale. Dietro il bancone, un anziano cinese beve tè con la calma di chi ha visto passare tutto e non ha più fretta di spiegare nulla a nessuno. Parla, racconta, forse indica piste decisive, ma la barriera linguistica trasforma ogni frase in un esercizio di fantasia. Walesa annuisce, sorride, prende atto. Alla fine, più che informazioni, riceve una sensazione: il Topolino potrebbe esistere. Da qualche parte.
All’uscita, come in ogni racconto che si rispetti, arriva il messaggero. Il garzone del negozio, più giovane e più pratico, suggerisce altri indirizzi, Chinatown, piste laterali. Poi cambia idea. Meglio restare lì, dice, e lo accompagna al primo piano del mall, da un conoscente, uno che “forse” ha quello che cerca. Il “forse”, a Bangkok, è già una promessa. Il commerciante conferma: il Topolino c’è, ma non ora. È a casa. Se torna domani, nessun problema.
Domani, però, non esiste. C’è un volo da prendere, una città da lasciare. Walesa prova a spiegare che il tempo, a differenza dei fumetti, non è ristampabile. Il venditore scrolla le spalle. È a questo punto che la ricerca smette di essere una trattativa e diventa un pellegrinaggio. Il garzone prende in mano la situazione e trascina Walesa in un giro vorticoso tra corridoi, scale mobili, negozi improbabili. Chiede, contratta, indica. A destra e a manca. Il mall diventa un labirinto e la speranza si assottiglia, ma non scompare.
Poi, quando l’idea di arrendersi comincia a sembrare ragionevole, accade ciò che accade solo a chi insiste troppo per poter dire di aver avuto fortuna. Al primo piano, sotto un mobile, dietro una fila di statuette di Star Wars scolorite dal sole e dall’incuria, qualcosa sporge. È incastrato, dimenticato, fuori posto. Un oggetto che non dovrebbe essere lì e che proprio per questo è lì da sempre. Il Topolino compare così, senza enfasi, come se stesse aspettando di essere trovato.
Non è solo un fumetto. È la prova che la tenacia, a volte, viene premiata con ironia. Che in mezzo al delirio ordinato di Bangkok, tra Jedi sbiaditi e negozi che sembrano discariche sentimentali, può ancora emergere un simbolo dell’immaginario occidentale del Novecento. Walt Disney sotto un mobile thailandese, schiacciato dal peso del tempo e della polvere.
Walesa lo prende in mano con la cautela di chi sa che certi incontri non vanno spiegati troppo. La caccia è finita, il volo non sarà perso, la storia sì: quella, invece, merita di essere raccontata. Perché in fondo, cercare un Topolino a Bangkok è un modo come un altro per misurare la distanza tra ciò che siamo stati e ciò che continuiamo ostinatamente a cercare, anche dall’altra parte del mondo.