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Star – Star Chefs Dinner: Star insieme per andare più lontano

Sotto il cielo di Parma, nasce STAR: un progetto benefico a carattere regionale che racconta una storia di intrecci umani e del desiderio di creare una rete di sostegno. Un abbraccio collettivo che si traduce in una festa conviviale per celebrare la vita e raccogliere fondi a favore dell’Associazione portata avanti dalla Presidentessa Nella Capretti, Noi Per Loro ODV.  Quest’ultima, da quarant’anni, si prende cura dei bambini oncologici dell’Ospedale di Parma e delle loro famiglie, offrendo un supporto concreto, economico e psicologico nei momenti più critici e difficili della malattia. 

L’idea nasce da Simon’s Food, alias Simone Gusto: blogger e influencer parmigiano che, dal 2013, racconta il mondo della ristorazione recensendo locali in incognito in tutta Italia, promuovendo il settore food. La sua visione condivisa con Michela Paini — organizzatrice di eventi e congressi, appassionata di buona cucina e già in passato volontaria presso l’Associazione Giocamico tra le corsie dell’Ospedale Maggiore di Parma — prende forma e trova la sua espressione più autentica grazie al lavoro del Brand & Identity Designer reggiano Davide Reggiani.

Simone e Michela credendo fermamente nella forza delle collaborazioni costruite su visioni comuni e sulla reciproca empatia, uniscono un gruppo di personalità differenti ma complementari, unite dall’entusiasmo e dal desiderio di dare vita a un progetto condiviso.

Saranno Luciano Spigaroli (CEO Ristorante al Cavallino Bianco, Polesine Parmense, Parma) e Benedetta Spigaroli (Event Manager e Direttrice, Antica Corte Pallavicina, Polesine Parmense, Parma) a dirigere la sala; Carlo Belloni (Chef e Patron, Borgo20 Bistrot, Parma) sarà lo Chef de Cuisine Coordinator, Viviana Fabbri (Wedding Planner, Bologna) invece curerà il design e gli allestimenti.

La narrazione è affidata alla fotografia di Ioris Premoli (Still Life & Food Photographer, Milano); alle riprese di Davide Bianchi (Videomaker & Drone Pilot, Parma); del sito se ne occuperà l’Agenzia Dedeho (Web Agency, Parma), mentre l’ufficio stampa sarà gestito dalla giornalista parmigiana Chiara De Carli e dalla Food Writer Asia Torreggianti. I contenuti social verranno divulgati da Francesco Lia (Giornalista, VisitParma, Parma) con VisitParma, mentre il video finale è delegato a Mayonese (Digital Media Agency, Parma).

Durante la serata, il racconto conviviale degli abbinamenti tra vini e piatti verrà svelato passo dopo passo dalla Wine Storyteller Veronica Rossi (Food & Wine Content Creator, LoveFooding, Parma). A presentare il giovane e frizzante Mario Bolivar, collaboratore di Identità Golose e del Gambero Rosso. 

Così, nel mese di Aprile 2026 il Circolo di Lettura e Conversazione all’interno del Palazzo della Riserva – un gioiello nascosto e ultima residenza del Duca di Parma, preservato quotidianamente dal lavoro dalla Onlus guidata con passione e dedizione dal Cavaliere Dottor Massimo Fraconti e dal Commendatore Dottor Francesco Ferrari – aprirà le sue porte a 200 ospiti.  Accolti da un Welcome Buffet realizzato da eccellenze regionali accompagnato dai cocktail creativi realizzati dal mixologist Mattia Schiaretti (Patron, Choice – Cocktail Bar, Parma), proseguiranno il viaggio con un menù ispirato ai piatti del Grand Ducato di Parma e Piacenza, articolato in cinque portate, come le punte di un astro, ognuna realizzata a quattro mani da 5 Chef Stellati con 5 Chef in Guida Michelin provenienti dalla Regione Emilia Romagna. La festa culminerà con le dolci delizie di un rinomato Pastry Chef e volto televisivo. 

I nomi dei protagonisti saranno resi noti nelle prossime settimane, fino all’apertura della vendita dei biglietti, acquistabili online sul sito ufficiale dal mese di Dicembre 2025.

Star è star insieme, star bene, star uniti, star a tavola, perché insieme si va molto più lontano.

1 Comment

  1. Avatar
    anna lorenzi strallee
    10 Novembre 2025 - 18:26

    Se tutto è Tiramisù, niente lo è più – e noi perdiamo un nome, una storia, un’identità.

    Perché in Italia sembriamo capaci di difendere tutto – la lingua di Dante, il Parmigiano, il Chianti, perfino l’italianità di un tennista – ma non un simbolo che il mondo intero ci invidia: il Tiramisù?

    Nato a Treviso nel 1955, oggi lo svendiamo come fosse una crostata o un budino, chiamandolo “Tiramisù alla zucca”, “al tofu”, “agli amaretti”. Come se bastasse una crema per cancellare storia, territorio, identità.
    Altrove si proteggono i nomi: la Sacher non è una torta qualunque e la Crema Catalana non è una crema random.
    Qui, invece, si dice: “Il Tiramisù non è di Treviso, è di tutti”. Una falsa democrazia che calpesta la verità e svilisce l’Italia.

    Anna Lorenzi Straller

    Asiago – Vicenza

    Versione estesa

    Difendere il Tiramisù è difendere l’Italia

    Il Tiramisù non è soltanto un dolce: è una dichiarazione di identità italiana.
    Così come non è soltanto una ricetta, ma una storia. Una storia che corre lungo oltre sessant’anni, iniziata a Treviso nel 1955, nelle cucine del ristorante Le Beccherie, grazie all’intuizione domestica e raffinata di una donna, Alba Campeol, la cui creatività — come spesso accade ai più grandi — era quasi ignara del destino che le sue mani avevano impastato.

    Uova, zucchero, mascarpone, savoiardi imbevuti nel caffè, cacao amaro setacciato: una semplicità disarmante. Ed è proprio in quella semplicità, in quel gesto misurato, casalingo e al tempo stesso strutturale, che risiede la forza di un dolce che avrebbe conquistato l’Italia prima, il mondo subito dopo.

    Oggi è facile trovare il Tiramisù in ogni parte del globo. Nei ristoranti di Tokyo come nei caffè di New York, nelle pasticcerie di Buenos Aires come nelle gastroteche di Beirut. È forse, a buon diritto, l’ambasciatore dei dolci italiani più riconosciuto all’estero. Un simbolo nazionale capace di parlare la stessa lingua ovunque.

    Eppure, proprio nel Paese dove è nato, il Tiramisù viene lentamente smontato, reinterpretato, nei fatti negato — e la cosa avviene non nelle cucine internazionali, ma nella quotidianità linguistica e culturale dell’Italia del food 2.0.

    Ogni giorno vediamo affermarsi un fenomeno: la trasformazione del termine “Tiramisù” in un’etichetta passepartout, applicata con leggerezza — e talvolta incoscienza — ai dolci più disparati.
    Tiramisù alla zucca, Tiramisù al tofu, Tiramisù al pistacchio, Tiramisù con amaretti e cioccolato.
    Come se bastasse uno strato di crema montata per appropriarsi di un nome che non è solo gastronomico, ma culturale e territoriale.

    Perché questo è il punto: le parole cucinano prima dei cuochi, plasmano il modo in cui ci relazioniamo con un piatto, costruiscono — o distruggono — la sua identità.

    E se tutto è Tiramisù, niente lo è più.
    Quest’affermazione, che può sembrare poetica, è anche una fotografia giuridica e culturale.
    Perché quando un nome diventa generico, perde tutelabilità, perde riconoscibilità, perde valore.
    Diventa una parola come “crostata”, “zuppa” o “budino”.

    Dove abbiamo sbagliato, noi italiani? In quel campanilismo mellifluo che alza barricate sulle olive taggiasche e poi tradisce i dolci della socialità? In quel frainteso bisogno di “democrazia culinaria” che, nel voler dire che tutti possono fare tutto, finisce per calpestare chi ha fatto davvero qualcosa — prima, e meglio?

    Nel resto d’Italia non si vede l’ora di negare la verità:

    “Il Tiramisù non è di Treviso. È di tutti. Ognuno lo fa come gli pare.”

    Ma questa non è libertà culinaria. È una falsa democrazia del gusto.
    Che calpesta la storia e svilisce il merito.
    E soprattutto: che danneggia l’Italia stessa, la cui forza comunicativa all’estero si basa proprio sull’identità riconoscibile e fondata dei suoi cibi.

    Perché la Sacher, per quanto adattata, resta Sacher.
    La Crema Catalana, per quanto imitata, resta Crema Catalana.
    Il Tiramisù, oggi, rischia di non restare nulla.

    Un appello – culturale, non campanilistico

    Proteggere il nome Tiramisù non significa proteggere Treviso: significa proteggere l’Italia, la sua coerenza, la sua reputazione nel mondo.
    Significa evitare che un capolavoro venga incenerito sotto la fiamma viva del like, del reel, dell’improvvisazione gastronomica da un milione di views.

    Significa ricordare che l’innovazione — se davvero vuol essere tale — inizia nel linguaggio:
    se un dolce è un’altra cosa, che lo si chiami con un altro nome.
    Chi svende un nome tradisce la storia.

    Perché i dolci passano.
    Le parole restano.
    E con loro, la cultura.

    Anna Lorenzi Straller
    Giurista del Gusto (per caso)

    Tiramisù, Treviso 1955 — The Place Where It All Began

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