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Scalinate, bosco e anima trail: la DueRocche conquista con il nuovo volto Asolo Prosecco

C’è un momento, nelle gare trail, in cui capisci che non stai semplicemente correndo. Stai attraversando un territorio che respira con te. Alla DueRocche, sui 22 chilometri, quel momento arriva presto. Arriva già nei primi strappi, quando le gambe si accorgono che i 700 metri di dislivello non sono una cifra su un volantino, ma una promessa da mantenere metro dopo metro.

Siamo in cinquemila, sparsi sulle varie distanze, un fiume umano che si muove tra le colline asolane con il sole pieno in faccia e quella luce limpida che solo la primavera sa dare. Io parto con il passo di chi vuole ascoltare la gara, non aggredirla. Perché la DueRocche non si conquista: si attraversa, si assorbe.

Il primo regalo è l’odore. Aglio orsino. Forte, selvatico, quasi invadente. Ti entra nei polmoni e resta lì, come una firma botanica del percorso. È il profumo del bosco vivo, quello che non si limita a fare da scenografia ma pretende attenzione. E infatti il bosco arriva presto, con i suoi sentieri tecnici, le radici che affiorano come trappole gentili e quel silenzio interrotto solo dal rumore delle scarpe e dei respiri.

Poi arrivano le scalinate. E lì cambia tutto.

Le guardi e capisci che non esiste strategia elegante: si sale e basta. Le gambe bruciano, il fiato si accorcia, il cuore picchia come se volesse uscire dal petto. È la parte più dura, quella che seleziona, che spoglia il trail runner di ogni illusione. Qualcuno cammina, qualcuno si ferma un secondo, qualcuno stringe i denti e spinge. Io mi metto nel mezzo: passo corto, mani sulle cosce, ritmo costante. È fatica vera, verticale, senza sconti.

Il percorso continua a giocare con te. Salite che non finiscono mai davvero, discese che ti chiedono coraggio e lucidità. Il terreno cambia, si trasforma, ti obbliga a restare presente. E intanto i ristori diventano piccole oasi. Acqua, sali, un sorriso, una parola scambiata al volo. “Dai che sei a metà.” “Bevi.” “Vai così.” In quei secondi capisci perché questo sport ha un’anima diversa: è competizione, sì, ma è anche comunità.

Il sole scalda, ma non pesa. È un alleato. Illumina le colline, accende i colori, rende tutto più nitido. E mentre corro penso che questa gara non sarebbe la stessa senza questa luce, senza questo equilibrio tra fatica e bellezza.

Gli ultimi chilometri sono quelli in cui si fa sintesi. Le gambe sono stanche, ma hanno imparato il ritmo. Il respiro si è adattato. La mente smette di protestare e inizia ad accompagnare. È lì che capisci di essere dentro la gara, davvero.

Quando esci, c’è la chiesa. Silenziosa, quasi sospesa. Un punto di equilibrio tra lo sforzo e la bellezza. Qualcuno rallenta, qualcuno si fa il segno della croce, qualcuno semplicemente guarda. Io tiro un respiro lungo. È uno di quei momenti in cui il trail diventa qualcosa di più di una gara: diventa un passaggio.

Tagliare il traguardo della DueRocche non è solo chiudere un tempo. È chiudere un racconto.

E quest’anno quel racconto si arricchisce di un capitolo importante. La manifestazione apre una nuova fase con l’ingresso del Consorzio Vini Asolo Montello come title sponsor per il triennio 2026-2027-2028. Non è una semplice operazione di naming. È un’alleanza culturale. Il nuovo nome, “DueRocche Asolo Prosecco Trail”, dice già tutto: qui non si corre soltanto, qui si rappresenta un territorio.

L’incontro tra l’anima sportiva della DueRocche e quella enologica del Consorzio è naturale. Le colline che si attraversano correndo sono le stesse che danno vita a denominazioni come Asolo Prosecco Superiore Docg, Montello Docg e Montello Asolo Doc. È lo stesso paesaggio, osservato da due prospettive diverse: quella dinamica del runner e quella contemplativa del vino.

E infatti, a fine gara, quel legame diventa concreto. Si brinda. Non è solo celebrazione, è continuità. Il gesto atletico che incontra il gesto conviviale. La fatica che lascia spazio al piacere. Il territorio che si racconta in due lingue: quella del corpo e quella del calice.

La DueRocche cresce così, senza tradire se stessa. Rafforza il suo ruolo di ambasciatrice delle colline asolane e del Montello, costruendo una narrazione coerente fatta di sostenibilità, identità e qualità. Non è un caso che sempre più runner la scelgano: perché qui trovano qualcosa che va oltre il cronometro.

Io, intanto, mi porto a casa gambe stanche, scarpe sporche e quella sensazione precisa che solo certe gare sanno dare. La sensazione di aver fatto parte, per qualche ora, di qualcosa di autentico.

E mentre il sole scende sulle colline e l’odore di aglio orsino lascia spazio a quello del vino nei bicchieri, capisco che sì, questa è una gara che si corre. Ma soprattutto, è una gara che si vive.

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