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L’icona del caos: come il “Brand Trump” ha trasformato la politica in un souvenir da stadio

NEW YORK – Se volete misurare la temperatura politica dell’America, non guardate i sondaggi: fate un giro tra i mercatini di strada di Manhattan. Qui, tra un venditore di pretzel e uno di borse contraffatte, va in scena la mercificazione del conflitto. La faccia di Donald Trump è diventata l’unità di misura del consumo politico, un’icona pop che genera profitti sia che lo si ami, sia che lo si odi.

Il gadget come divisa: la politica “Indossabile”

Passeggiando lungo la Quinta Strada o tra i vicoli affollati di SoHo, l’occhio cade inevitabilmente sui banchi che espongono i berretti rossi “MAGA”. Sono lì, in file ordinate, accanto a magliette che lo ritraggono come un supereroe o come il “Mugshot” più famoso della storia recente. Ma basta spostarsi di pochi centimetri per trovare il contrappasso: spillette feroci, t-shirt che invocano il carcere o caricature grottesche che lo ridicolizzano.

È il trionfo dell’Italian Sounding della politica: non importa il contenuto, conta il brand. La politica americana ha smesso di essere un confronto tra programmi per diventare una questione di merchandising. Indossare un cappellino o una maglietta contro di lui non è più solo un’opinione, è una dichiarazione di appartenenza a una tribù urbana.

Divisione da stadio: Yankees vs Mets

Lo straniamento, per un osservatore europeo, è totale. La tensione politica a New York ha assunto i tratti cromatici e l’aggressività sonora di un derby cittadino. Non siamo più nel campo della dialettica democratica, ma in quello del tifo da gradinata: Yankees contro Mets.

C’è la stessa foga, lo stesso linguaggio binario, la stessa incapacità di trovare un terreno comune. La polarizzazione non è più un problema sociale, ma un prodotto che vende. I venditori ambulanti lo sanno bene: “Trump vende di più perché spacca”, mi confida un ragazzo a Union Square. “Se metto una maglietta di un politico moderato, non la guarda nessuno. Con lui, o comprano per sostenere o comprano per insultare. In entrambi i casi, io incasso”.

Il corpo del Presidente come feticcio consumistico

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel vedere la figura del Presidente degli Stati Uniti ridotta a gadget: la sua faccia stampata su calzini, tazze, carta igienica o bambole gonfiabili. È l’estremizzazione del consumismo politico: l’individuo non è più un cittadino che valuta, ma un consumatore che sceglie il pacchetto estetico che meglio riflette la sua rabbia o la sua speranza.

New York, la città che lo ha cresciuto e che ora lo osserva con un misto di sdegno e fascinazione, è diventata il palcoscenico di questa recita permanente. La divisione è diventata una scenografia quotidiana, un rumore di fondo a cui ci siamo abituati come alle sirene delle ambulanze.

Mentre mi allontano, vedo due turisti: uno compra il cappellino rosso, l’altro una spilla che lo sbeffeggia. Si incrociano, si guardano male, ognuno convinto della propria verità acquistata per 15 dollari. La democrazia, nel frattempo, resta lì sulla bancarella, in attesa del prossimo acquirente.

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