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DELIA CANCELLA IL PARTIGIANO, SE IMPARASSE A FAR CANZONI INVECE DI STORPIARE QUELLE CHE ESISTONO NON SAREBBE MEGLIO?

C’è un confine sottile, ma decisivo, tra reinterpretare e snaturare. E quando si mette mano a un simbolo come Bella Ciao, quel confine diventa una linea rossa che non andrebbe oltrepassata con leggerezza.

Sul palco del Concertone del Primo Maggio, Delia ha scelto di sostituire la parola “partigiano” con “essere umano”, motivando la decisione con l’intenzione di rendere il brano più universale, più aderente ai conflitti contemporanei, più “inclusivo” rispetto alle tragedie della guerra di oggi. Una giustificazione che, a una prima lettura, può persino sembrare animata da buone intenzioni. Ma è proprio qui che nasce il problema.

Perché “Bella Ciao” non è un contenitore vuoto da riempire a piacimento. È una canzone storica, identitaria, profondamente radicata nella memoria collettiva italiana. È il canto della Resistenza, di uomini e donne che hanno combattuto contro il nazifascismo, pagando spesso con la vita. Cambiare quella parola – “partigiano” – non è un dettaglio semantico: è alterare il cuore stesso del brano, il suo significato storico, il suo peso politico.

L’argomentazione di Delia – “non significa non prendere posizione, ma allargare” – appare fragile. Perché allargare, in questo caso, equivale a diluire. E diluire un simbolo così preciso rischia di svuotarlo. La forza di “Bella Ciao” sta proprio nella sua specificità: racconta una storia concreta, quella della Resistenza italiana. Trasformarla in un generico inno all’“essere umano” la rende meno incisiva, meno vera, meno necessaria.

Non è un problema di modernizzazione o di attualizzazione. Le canzoni possono essere reinterpretate, certo. Possono essere arrangiate, contaminate, persino provocate. Ma c’è una differenza sostanziale tra reinterpretare e riscrivere. Qui non siamo di fronte a una rilettura artistica, ma a una modifica testuale che incide sull’identità stessa del brano.

E allora viene da chiedersi: perché? Per evitare polemiche? Per non urtare sensibilità? Per adattarsi a un presente che spesso preferisce smussare gli angoli invece di affrontarli? Se così fosse, sarebbe un segnale preoccupante. Perché la memoria storica non va addomesticata per risultare più comoda.

C’è anche un altro aspetto, meno ideologico e più culturale. Gli artisti hanno un compito: creare. Se si vuole parlare della guerra di oggi, delle sofferenze contemporanee, della condizione universale dell’uomo, esiste una strada molto più onesta e potente: scrivere nuove canzoni. Mettere al mondo parole proprie, non intervenire su quelle altrui, soprattutto quando sono già patrimonio collettivo.

Intervenire su un brano come “Bella Ciao” comporta una responsabilità enorme. Non si tratta solo di musica, ma di storia, identità, memoria. E quando si decide di modificarne il testo, bisogna essere consapevoli che non si sta semplicemente facendo una scelta artistica, ma un’operazione culturale che ha conseguenze.

La sensazione, in questo caso, è che si sia cercato un equilibrio impossibile tra rispetto del passato e ansia di contemporaneità, finendo per perdere entrambi. Perché non si rende più attuale una canzone togliendole le sue radici. Al contrario, la si indebolisce.

La libertà artistica è sacrosanta. Ma non è mai neutra. E soprattutto non è mai priva di responsabilità.

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