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VIAGGIO NEL PROSECCO / 2

Tra le Rive del tempo

(Parte 2 di 5)

Da Susegana risaliamo lentamente verso il cuore delle colline più ripide. La strada si stringe tra boschi e vigneti che sembrano arrampicarsi in verticale, aggrappati alla terra con la tenacia di chi non vuole cedere un metro. È qui, tra Rolle e Guia, che l’aria cambia: più sottile, più viva, con il profumo dell’erba bagnata e dei sassi caldi. Arriviamo a Valdobbiadene, nella cantina Bortolin Angelo Spumanti, dove ogni collina ha un nome, ogni pendenza una storia. La famiglia Bortolin lavora da generazioni con un rispetto quasi religioso per la Riva, e nel bicchiere questo si sente. Il Desiderio Dry è un abbraccio di frutta bianca e fiori d’acacia, con una cremosità che avvolge il palato ma non pesa. La bollicina è fine, lunga, ininterrotta come una nota musicale che non finisce mai. È un Prosecco che parla di equilibrio, di armonia, di misura. Nel bicchiere successivo, il Brut Nature, il tono si fa più austero, più tagliente, come se la stessa melodia avesse cambiato ritmo: la mineralità si accentua, la freschezza domina, ma resta quella sensazione di purezza che accompagna ogni grande vino.

Proseguiamo verso Guia, dove un’altra famiglia porta lo stesso cognome, ma un’anima diversa: Bortolin F.lli. Qui il vino si fa ancora più personale, più ruvido, meno accomodante. È il Prosecco dei pendii estremi, delle mani callose, delle vendemmie a spalla. Assaggiamo il Rù Brut Nature: limpido, diretto, quasi selvatico. Al naso si intrecciano agrumi, fiori di campo e un soffio di erbe balsamiche; al palato, la carbonica è sottile ma vivace, la chiusura sapida e netta. Poi arriva il Desiderio Dry, ottenuto senza anidride solforosa: un esperimento riuscito, coraggioso. La fragranza è pura, cristallina, come un’aria di montagna. La beva è leggera, spontanea, eppure profonda. È un vino che sembra respirare da solo, come se la natura avesse deciso di raccontarsi senza filtri.

A pochi chilometri di distanza, nel centro di Valdobbiadene, un’altra storia si intreccia con la memoria del luogo: quella di Bortolomiol. Se il nome suona familiare è perché qui si è scritta una parte decisiva della storia del Prosecco moderno. Giuliano Bortolomiol, figlio di contadini e visionario della spumantizzazione, fu tra i primi a credere nel Metodo Charmat come via per l’eccellenza. Oggi le figlie portano avanti la sua eredità con la stessa determinazione. Il Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry “Filanda Rosé” è una carezza di profumi: rosa canina, lampone, melograno. Poi c’è il Grande Cuvée del Fondatore Dry, più ampio, morbido, quasi barocco nei toni fruttati e floreali. Ma è con il Rive di San Pietro di Barbozza Brut Nature che la voce della terra torna protagonista: vino tagliente, verticale, con quella vena minerale che profuma di roccia e di vento. In ogni sorso c’è un equilibrio tra memoria e futuro, come se ogni bottiglia fosse un frammento della biografia collettiva del territorio.

Dopo tanta verticalità, torniamo in pianura. Il paesaggio cambia, le vigne si fanno più larghe, i filari si distendono sotto un cielo che sembra respirare più lentamente. A Tezze di Piave ci accoglie Bonotto delle Tezze, una realtà antica che affonda le radici nel Cinquecento. Qui la parola “famiglia” ha ancora un significato pieno. Il Prosecco DOC Extra Dry è gentile e luminoso, con profumi di mela, pera e mandorla fresca. Il sorso è morbido, ma la freschezza del finale lo rende dinamico, vibrante. Poi ci fanno assaggiare il Raboso Piave DOC, vino opposto e complementare, con quella tensione acidula e quella vena tannica che sanno di terra scura e di fiume. È come guardare due facce della stessa anima: la luce e l’ombra, la spuma e il silenzio.

Riprendiamo la strada verso nord-ovest, direzione Soligo. Qui, tra Conegliano e Valdobbiadene, sorge la Cantina Colli del Soligo, cooperativa nata nel 1957 ma oggi tra le più solide della denominazione. Nelle sue bottiglie si ritrova l’anima collettiva di queste terre: il lavoro condiviso, la fatica diffusa, la cura capillare per ogni vigneto. Il Prosecco Superiore Extra Dry 2024 si apre con profumi nitidi di mela e glicine, un accenno di crosta di pane e un finale asciutto e pulito. È il vino della quotidianità, quello che accompagna un pranzo in osteria o un tramonto sul terrazzo. Ma poi arriva il Brut Nature Rive di Soligo, e il tono cambia: più teso, più profondo, con un profilo minerale che ricorda il gesso e la pietra bagnata. È la prova che anche una cooperativa può parlare il linguaggio della precisione e del carattere.

Il viaggio prosegue verso Bibano di Godega di Sant’Urbano, dove Bottega ha costruito un vero e proprio laboratorio del lusso vinicolo. Le bottiglie dorate, celebri in tutto il mondo, nascono qui, tra i vigneti che guardano le Prealpi. Ma dietro lo scintillio c’è sostanza. Il Prosecco DOCG Gold Brut ha profumo di mela golden, pera e acacia, con una spuma ricca e persistente. Al palato è equilibrato, con una chiusura sapida che sorprende per pulizia. Poi arriva il Cartizze Dry, sontuoso, ampio, dal frutto maturo e dolce, ma mai stucchevole. È un vino che incarna l’idea di festa, la dimensione conviviale del Prosecco, ma lo fa con disciplina, con misura. In un certo senso, Bottega rappresenta la versione contemporanea del sogno veneto: un piede nella tradizione e uno nel mondo, con lo stesso calice.

A Villorba, poco più a sud, la cantina Pizzolato chiude idealmente il nostro itinerario. Qui la sostenibilità non è un’etichetta, ma una pratica quotidiana. Energia solare, vetro leggero, tappi riciclabili, e soprattutto una coerenza etica che attraversa ogni scelta. Il M-Use Organic Prosecco Brut è limpido, dal perlage sottile e continuo; profuma di mela verde, fiori bianchi, una sfumatura di lime. Il sorso è netto, croccante, con un finale di mandorla fresca. Poi arriva il Rosé Extra Dry, più ampio, con note di fragolina e ribes. Ogni vino qui ha una trasparenza non solo visiva, ma morale: l’idea che la purezza del prodotto rifletta quella del gesto. Mentre beviamo, ci colpisce la luce che entra dalle grandi vetrate della cantina, riflettendosi sui calici e sui pannelli fotovoltaici. È come se tutto, qui, fosse parte della stessa armonia: il sole, l’uva, l’uomo.

Quando lasciamo Pizzolato, la giornata volge al tramonto. La strada che torna verso le colline è ancora piena di odori: terra, mosto, erba tagliata. Ci fermiamo un attimo a guardare verso nord, dove le colline di Valdobbiadene si tingono d’oro. Ci sembra di vedere il nostro viaggio riassunto in quella luce: la fatica dei vignaioli, la precisione dei sommelier, la curiosità del giornalista. Tutto si tiene, come in un mosaico.

E in quel momento capiamo che il Prosecco non è un vino facile, come spesso si dice. È un vino che vive di equilibrio fragile, di differenze sottili, di altitudini e inclinazioni. È la somma di gesti e microclimi, di silenzi e mani che sanno aspettare. Ogni bollicina che sale nel bicchiere è una particella di tempo, un granello di memoria che si libera e risale, come se il paesaggio stesso respirasse.

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