MILANO – Non so cosa dirvi davvero. Siamo qui, a commentare un finale che definire “thriller” sarebbe un eufemismo. Minuto numero 9. San Siro è una bolgia, l’aria è pesante, irrespirabile. Mariani ha appena indicato il dischetto del rigore: Bartesaghi su Ellertsson. Un colpo al cuore, perché solo pochi istanti prima l’urlo di Leao per il pareggio ci aveva illusi. I giocatori del Milan sono lì, con le mani nei capelli, lo sguardo perso nel vuoto della beffa.
“Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi, o risorgiamo come squadra, o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, sino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso, signori miei. Credetemi.”
In quell’inferno, mentre molti si disperano, c’è un uomo che non batte ciglio. Strahinja Pavlovic. Non è un uomo, è un monolite di granito serbo che ha deciso di non voler rimanere lì a farsi prendere a schiaffi. Lui ha scelto di aprirsi la strada lottando verso la luce. E lo ha fatto nel modo più plateale, insolente e geniale possibile. Mentre le discussioni infuriano e l’arbitro cerca di riportare l’ordine, Pavlovic si isola. Va sul dischetto. E comincia ad “arare”.
“Sapete col tempo, con l’età tante cose ci vengono tolte ma questo fa… fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle cose le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri. E così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine d’errore è ridottissimo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate.”
Pavlovic quel margine d’errore lo ha creato con i tacchetti. Sei colpi secchi. Quattro col sinistro, due col destro. Non come Maspero nel derby del 2001, che agì in punta di piedi, quasi di nascosto. No, Strahinja lo fa davanti a tutti, con la ferocia di chi sta scavando una trincea. Viene ammonito? Certo. Gli importa? Nemmeno un briciolo. Perché lui sa che quei centimetri di terra smossa, quel dischetto brutalizzato, sono tutto ciò che divide il Milan dalla caduta.
“Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi, ci sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo. In questa squadra si combatte per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro. Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire.”
La scena è surreale. Stanciu ha il pallone in mano, osserva la scena, vede il “lavoro” di Pavlovic e non dice una parola. È pietrificato dalla determinazione di quel gigante. Posiziona la palla proprio lì, dove la terra è diventata una trappola, e calcia. La palla vola via, alta, finendo la sua corsa nel primo anello verde. Missione compiuta. Pavlovic ha vinto la sua battaglia psicologica. Ha guadagnato il centimetro che serviva.
“E io so che se potrò avere un’esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì. In questo consiste, e in quei 10 centimetri davanti alla faccia.”
Diciamocelo chiaramente: un giocatore che gestisce una situazione di tale pressione con questa lucidità (seppur “sporca”), che si sacrifica per il collettivo prendendosi un giallo pur di destabilizzare l’avversario, meriterebbe un aumento di stipendio domani mattina. È la genialità della fame, è l’intelligenza di chi vive la partita come una guerra di nervi.
“Dovrete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi. Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi. Che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra, signori miei!”
Pavlovic è l’uomo che vorresti sempre al tuo fianco quando le pareti dell’inferno si fanno scivolose. Il Milan ha trovato il suo gladiatore. E allora, caro Strahinja, che cosa vogliamo fare? Noi vogliamo continuare a vederti così: un eroe per i tifosi, sempre concentrato, sempre sul pezzo. Sempre pronto a morire per quel centimetro.