Mentre agli azionisti di RCS MediaGroup vengono distribuiti dividendi per decine di milioni di euro – oltre 22 solo al presidente Urbano Cairo – alcuni collaboratori del Corriere della Sera attendono ancora il pagamento degli articoli scritti tre mesi fa. È quanto denuncia con forza il Comitato di redazione (Cdr) del quotidiano in un comunicato diffuso proprio nel giorno dello stacco dividendi. Una scelta simbolica, certo, ma anche sintomatica di un malessere più profondo: quello che colpisce i lavoratori più fragili della filiera dell’informazione.
Secondo il Cdr, i collaboratori con contratto co.co.co. e quelli con partita Iva – cioè coloro che ogni giorno garantiscono copertura sui territori, approfondimenti, notizie di cronaca e contenuti di qualità – stanno subendo da tempo ritardi cronici nei pagamenti. Una situazione che si protrae da anni, ma che ora diventa insostenibile. Ai disagi economici si sommano il silenzio, l’assenza di risposte chiare da parte dell’azienda e la totale incertezza sui tempi.
«Essere pagati in tempo non è una richiesta straordinaria. È un diritto e una questione di dignità», scrivono i rappresentanti dei giornalisti, sottolineando come in alcuni casi il compenso per singolo articolo non superi i dieci euro lordi. Una cifra che già di per sé rende precaria la vita di chi lavora per una delle più importanti testate italiane. Ma quando anche questi pochi euro arrivano in ritardo di mesi, il danno non è solo economico: è umano, morale, professionale.
L’azienda, dal canto suo, ha risposto spiegando che «una macchina complessa e articolata come quella del Corriere della Sera, che ha un numero elevato di collaboratori, comporta tempi di controllo e di verifica adeguati». Inoltre, sostiene che i compensi versati sono «mediamente superiori al mercato editoriale», soprattutto nel contesto di crisi che l’editoria sta attraversando.
Ma il punto non è solo tecnico o contabile. Il punto è che l’informazione di qualità, quella capace di combattere le fake news, di mantenere acceso il dibattito democratico e di raccontare la realtà con rigore, non può poggiare su lavoratori sottopagati e lasciati nell’incertezza. Il giornalismo è un mestiere complesso, delicato, essenziale. E chi lo esercita con serietà – anche da freelance o da collaboratore – merita rispetto.
Il paradosso di questa vicenda è tutto nella sua tempistica: mentre i collaboratori attendono il pagamento degli articoli pubblicati a febbraio (e tra pochi giorni scadranno anche quelli di marzo), l’editore principale riceve dividendi milionari. Una fotografia che racconta più di mille parole la sproporzione tra chi investe capitale e chi investe ogni giorno tempo, idee, passione e competenze.
La richiesta del Cdr è semplice e ragionevole: uniformità nei tempi di pagamento, comunicazioni chiare in caso di ritardo, e soprattutto il riconoscimento – anche economico – di un lavoro che è alla base della credibilità di un grande giornale.
Nel frattempo, dietro le firme che ogni giorno leggiamo, ci sono professionisti che, con mezzi sempre più ridotti e compensi incerti, continuano a garantire ai lettori una voce affidabile nel rumore del mondo. È anche grazie a loro se possiamo informarci con consapevolezza. Ma è arrivato il momento di chiederci: quanto vale davvero questo lavoro? E soprattutto: siamo disposti a tollerare che venga trattato come un ingranaggio sacrificabile, proprio nel cuore del nostro sistema informativo?