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La geologia del tempo profondo: dalle vette toscane ad Harlem, l’arte minerale di Dominique Robin

Fotografo, giurista ed ecologo, l’artista francese ha stabilito il suo osservatorio a New York. Tra frammenti di pietre, libri d’artista e la memoria fluviale della Hudson Valley, una ricerca visiva che sfida l’antropocene e l’obsolescenza della modernità.

NEW YORK – Se c’è un luogo a Manhattan dove la stratificazione della storia si avverte nella durezza del mattone e nel ritmo sincopato delle strade, quel luogo è Harlem. È qui, tra le architetture storiche e i contrasti sociali di Upper Manhattan, che ha stabilito una delle sue basi creative Dominique Robin, artista visivo, fotografo e ricercatore transdisciplinare. Francese di nascita (originario del Poitou), ma apolide per vocazione, Robin si muove da anni lungo un asse geografico e mentale che unisce la Francia, Roma e New York.

Incontrare il suo lavoro in un momento in cui l’Occidente multitasking e iper-connesso si interroga febbrilmente sul proprio impatto ambientale significa confrontarsi con un artista atipico, scienziato dell’immagine dotato di un solido background accademico: un percorso che unisce un Master in Arti Visive alla Scuola d’Arte Paris-Cergy, una specializzazione in Gestione Culturale alla Paris Dauphine e, non da ultimo, un Master in Diritto Pubblico Internazionale conseguito tra Poitiers e Granada. Strumenti intellettuali complessi che Robin utilizza per vivisezionare le ferite e le metamorfosi del nostro paesaggio contemporaneo.

La matematica dell’effimero: l’impronta dell’uomo sulla terra

La ricerca visiva di Robin rifiuta la staticità dei generi: combina con naturalezza disegno, video, installazione, fotografia e libri d’artista. Al centro del suo codice espressivo si staglia un’ossessione geometrica per le scale temporali. Come ama ricordare lo stesso artista: “Quando accosto i delicati semi di un dente di leone a una bacinella di olio minerale, è la relazione tra l’effimero e il permanente che cerco di catturare; cerco di imprimere sulla carta fotografica gli effetti di quel singolo momento in cui il fragile incontra l’immutabile”.

Questa attrazione per il contrasto tra la fragilità biologica e l’immutabilità della materia si traduce in una serie di progetti dall’alto valore politico ed ecologico. Basti pensare alla serie Reaction (2015), un’indagine visiva sull’impatto monumentale e inquietante delle centrali nucleari sul paesaggio europeo, o a Oil (2015/16), una spietata e poetica mappatura degli effetti del carbonio e dei combustibili fossili sull’ambiente, presentata non a caso sotto l’egida del Ministero dell’Ecologia francese durante la conferenza sul clima COP21 di Parigi. Progetti rigorosi, spesso sviluppati in collaborazione con istituzioni scientifiche di primo piano come il CNRS (Laboratorio di Chimica dei Materiali di Thiais), che dimostrano come l’arte possa farsi strumento di indagine sociale.

Dai “Piedi di Pietra” della Toscana al soliloquio di Mahicantuck

Negli ultimi anni, la traiettoria di Robin si è concentrata sulla dimensione minerale, intesa come archivio storico della Terra. Il suo progetto Stone Puzzles, focalizzato sulle pietre frammentate e ancestrali delle montagne toscane, lo ha portato a esporre alla Biennale di Venezia e al Museo Francesco Messina di Milano. È il preludio al suo approdo definitivo a New York.

Il richiamo della pietra lo ha condotto dalle vette italiane direttamente sulle sponde della Hudson Valley. Qui, supportato da una borsa di studio per azioni innovative della Regione Nouvelle-Aquitaine, l’artista ha sviluppato presso l’Italian Academy della Columbia University il progetto Mahicantuck (l’antico nome algonchino del fiume Hudson, “il fiume che scorre in due direzioni”). Attraverso un fitto dialogo tra disegni e testi, Robin ha setacciato le rive del fiume, leggendo i detriti minerali (Debris) e le proiezioni dell’umanità sulla natura fluviale, restituendo la fragilità di un ecosistema strategico per l’immaginario americano.

Il libro aperto: la narrazione espansa

Oggi, nella quiete del suo studio di Harlem, la pratica recente di Robin si concentra sulla creazione di libri d’artista narrativa – tra cui La casa dimenticata (Dasein, adattato anche in una performance a New York), L’impossibile ritorno del blu e A me parola – che fondono in modo indissolubile testo e immagine. Per Robin, il libro non è l’appendice di una mostra, ma la sua spina dorsale: la narrazione lineare delle pagine si espande fisicamente nello spazio espositivo, traducendosi di volta in volta in sculture, installazioni sonore realizzate con l’IRCAM o video.

Il suo lavoro, sostenuto regolarmente dai Ministeri della Cultura e dell’Ambiente francesi e rappresentato in Italia dalla Galleria B-Art, lancia un messaggio limpido all’art system contemporaneo. In un’epoca dominata dal cinismo dell’algoritmo e dalla velocità del consumo digitale, Dominique Robin ci costringe a rallentare, a poggiare l’orecchio contro la pietra e a guardare la Terra per quella che è: una stratificazione magnifica e ferita di tempo, che l’uomo ha il dovere di decifrare prima che il guscio si rompa definitivamente.

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