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L’ultimo dei giusti: Maldini e quella dignità che il nostro calcio non merita più

MILANO. Nel teatrino delle poltrone, dei compromessi al ribasso e dei silenzi di comodo che da troppo tempo paralizzano il palazzo del pallone nostrano, è bastata una frase — anzi, una scelta — per scavare un solco incolmabile tra chi il calcio lo vive e chi lo gestisce. Paolo Maldini si è dimesso. E lo ha fatto con la stessa eleganza sobria, la stessa fermezza e quella postura dritta che per vent’anni hanno fatto tremare gli attaccanti di tutto il mondo.

Il “caso Pirlo” è solo la punta dell’iceberg, il pretesto di facciata per chi vuole ridurre tutto all’ennesima storiella di nomine e panchine. Ma la realtà, scandita dalle parole dell’ex capitano azzurro all’indomani dell’addio al suo ruolo dirigenziale in Nazionale, è un atto d’accusa lucido, devastante, che mette a nudo i limiti strutturali della FIGC e delle sue vertici.

Leadership contro opportunismo: la lezione del Capitano

«Quando Leonardo e io abbiamo accettato questi ruoli, l’abbiamo fatto con una chiara consapevolezza: che ci sarebbe stata data fiducia per guidare il progetto sportivo e l’autorità per prendere decisioni sul calcio. Purtroppo, è diventato chiaro che ci sono state affidate responsabilità senza il potere di adempierle.»

In un sistema dove quasi tutti accettano laute buscaglie e titoli altisonanti pur di restare nei quadri, disposti a fare da parafulmine alle decisioni altrui, Maldini ha ricordato a tutti cosa significhi la parola coerenza. La scelta di puntare su Andrea Pirlo per avviare la ricostruzione dell’Italia poteva essere condivisibile o meno, ed è lo stesso Maldini ad ammetterlo con intellettuale onestà («Potete concordare o non concordare con quella scelta – è il calcio»). Ciò che non è tollerabile, per chi possiede uno spessore morale superiore, è l’illusione del potere gestita da burocrati intenti solo a tutelare le proprie posizioni.

«Sono sempre stato un uomo di principi. Nel corso della mia carriera, che sia come giocatore o come dirigente, non ho mai creduto nel compromettere i miei valori per proteggere una posizione. Se non posso difendere una visione in cui credo genuinamente, allora non ho motivo di rimanere.»

Un vuoto di valori che fa paura

Senza mai citare direttamente la Federazione o la presidenza del CONI, Maldini ha sgretolato l’impalcatura di un movimento che preferisce i “nosignori” ai leader veri. Le sue dimissioni non sono un capriccio, né la resa di chi sbatte la porta perché non ha ottenuto il giocattolo desiderato:

«Non ci siamo dimessi perché il nostro candidato preferito è stato respinto. Ci siamo dimessi perché la fiducia che ci ha portati qui è svanita. Senza fiducia, la leadership diventa un titolo, non una responsabilità.»

È questa la differenza abissale tra chi il calcio lo ha scritto sul campo e chi pretende di spiegarlo dalle scrivanie. Paolo Maldini se ne va a testa alta, lasciando la FIGC sola di fronte alle proprie macerie e alle proprie contraddizioni. Resta l’amaro in bocca per l’ennesima occasione sprecata dall’Italia, ma anche la certezza che, finché ci saranno uomini capaci di rinunciare al potere in nome dei propri principi, la dignità di questo sport non sarà del tutto perduta.

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