Sul molo dell’Intrepid Museum, la visita all’unico sottomarino lanciamissili americano aperto al pubblico oscilla tra il fascino ingegneristico e la sottile inquietudine per la folle corsa agli armamenti nucleari.
NEW YORK – C’è un brivido sottile che si insinua lungo la schiena quando si cammina sul molo 86, lungo il fiume Hudson, all’altezza della 46ª Strada. La maggior parte dei turisti tiene lo sguardo alto, rapito dalla sagoma monumentale della portaerei USS Intrepid o dalle linee futuristiche del Concorde parcheggiato sulla banchina. Ma per capire davvero l’abisso psicologico e tecnologico del secolo scorso, bisogna guardare in basso, verso il pelo dell’acqua. È lì che galleggia, sornione e scuro come un predatore d’altri tempi, l’USS Growler, l’unico sottomarino strategico lanciamissili guidati della Marina americana aperto al pubblico.
Varcare il portellone d’acciaio del Growler non è una semplice esperienza turistica. È un viaggio ravvicinato con la storia più cupa del Novecento, un’immersione fisica che oscilla costantemente tra l’ammirazione per una tecnologia d’avanguardia e una profonda, inevitabile diffidenza verso la dottrina degli armamenti nucleari che ha tenuto il mondo in ostaggio per decenni.
Il pioniere della deterrenza nucleare
Entrato in servizio nel 1958, in uno dei momenti più caldi e paranoici della Guerra Fredda, il Growler rappresenta l’anello di congiunzione tra i sommergibili della Seconda Guerra Mondiale e i moderni colossi a propulsione nucleare. La sua missione era chiara, spietata e segreta: pattugliare le acque del Pacifico settentrionale, pronto, in caso di attacco sovietico, a emergere e lanciare i suoi missili da crociera Regulus I – vere e proprie bombe atomiche volanti – verso obiettivi strategici russi.
La visita inizia proprio dalla prua esterna, dove l’enorme hangar dei missili, con la sua forma bombata che deforma la silhouette del sottomarino, ricorda a chiunque che questa non era un’imbarcazione da difesa, ma uno strumento di distruzione di massa. Un pezzo di ingegneria bellica pensato per la deterrenza totale, ovvero per garantire la mutua distruzione assicurata.
La claustrofobia del potere: la vita a bordo
Se l’esterno incute rispetto, l’interno impone un blocco emotivo. Per entrare nel sottomarino, l’MTA e i curatori del museo costringono i visitatori a superare una prova fisica: passare attraverso una replica esatta dei portelloni circolari interni. Se non ci si riesce, non si entra.
Una volta dentro, si viene proiettati in una dimensione parallela fatta di spazi millimetrici, tubature a vista, valvole colorate e un odore astratto di olio e metallo che il tempo non ha cancellato. Si cammina in fila indiana nella sala siluri, dove le cuccette dei marinai erano ricavate direttamente sopra i tubi di lancio, in una convivenza forzata con gli ordigni.
La sala di comando, con il periscopio e i radar d’epoca, e la minuscola cucina raccontano la quotidianità di un equipaggio di oltre novanta uomini che per mesi viveva confinato in questo tubo d’acciaio sotto terra e sotto l’acqua, senza mai vedere la luce del sole, con il peso psicologico di essere l’avamposto della fine del mondo.
Il dilemma del visitatore: fascino o diffidenza?
Il vero cortocircuito della visita al Growler risiede nella narrazione. Da un lato, il museo celebra legittimamente il coraggio dei veterani e la genialità ingegneristica americana del dopoguerra. Dall’altro, per un visitatore europeo, è impossibile non guardare a questi spazi con una forte dose di scetticismo e inquietudine.
I pannelli espositivi che descrivono con precisione millimetrica la gittata dei missili Regulus e il loro potenziale distruttivo si scontrano con la consapevolezza storica di quanto l’umanità sia andata vicina all’autodistruzione. Quell’acciaio americano, così lucido e perfettamente restaurato a beneficio dei turisti e delle foto da scattare su Instagram, conserva intatta la memoria di una corsa agli armamenti che oggi, in un contesto geopolitico globale drammaticamente tornato instabile, non può più essere archiviata solo come “storia passata”.
Uscire dal portellone del Growler e ritrovare la luce accecante di Manhattan, con lo skyline dei grattacieli che si specchia nell’Hudson, regala un profondo senso di liberazione. Il sottomarino dell’Intrepid resta lì, ormeggiato al molo come un monumentale monito di ferro. Una tappa obbligatoria per chiunque visiti New York, utile non solo per capire come si viveva sul fondo dell’oceano, ma per ricordarci a quale prezzo e con quali armi è stato costruito l’equilibrio del mondo contemporaneo.