NEW YORK – Ci sono giorni in cui New York decide di non voler essere cartolina, ma cinema. Succede quando le nuvole si abbassano fino a lambire le guglie dei grattacieli di Midtown e una pioggia sottile, quasi cinematografica, comincia a cadere sulla Quinta Strada. È in questi pomeriggi che il Rockefeller Center, il monumentale complesso di 19 edifici commerciali voluto da John D. Rockefeller negli anni Trenta come un vero e proprio “inno all’ottimismo” durante la Grande Depressione, rivela il suo lato più intimo e potente.
Mentre la maggior parte dei turisti si rifugia nei caffè del Concourse sotterraneo, salire sulla cima del Comcast Building – fino alla terrazza panoramica del Top of the Rock – regala un’esperienza di pura vertigine visiva.
La nebbia e i giganti di Manhattan
A settanta piani d’altezza, sospesi su una piattaforma che rievoca i ponti dei transatlantici dell’epoca, la pioggia trasforma lo skyline in un quadro impressionista. Senza le barriere protettive di metallo che caratterizzano altri osservatori (qui sostituite da imponenti lastre di vetro di sicurezza), si ha la sensazione di essere immersi nel temporale.
A nord, Central Park si estende come un immenso tappeto verde scuro sbiadito dalla foschia, un polmone silenzioso che resiste all’avanzata del cemento, accerchiato dai nuovi e affilatissimi grattacieli residenziali della Billionaires’ Row. Ma è girandosi verso sud che il respiro si ferma: l’Empire State Building emerge dalla pioggia come un gigante di pietra e acciaio, avvolto dalle nuvole che si muovono rapide, con la sua antenna che taglia la nebbia. Sotto l’acqua, le luci della città iniziano ad accendersi in anticipo, riflettendosi sul pavimento bagnato della terrazza e creando un gioco di specchi che raddoppia la maestosità di Manhattan.
Ai piedi del complesso: il mito di Radio City Music Hall
Scendendo dall’osservatorio, asciugandosi la giacca tra i corridoi decorati con i bassorilievi in bronzo e oro tipici dell’Art Déco, ci si ritrova a pochi passi da un altro capolavoro indiscusso del complesso: Radio City Music Hall.
Se il Top of the Rock è la vista della città, Radio City ne è lo spettacolo. Inaugurato nel dicembre del 1932, questo teatro da quasi seimila posti nacque da una scommessa visionaria del magnate Rockefeller in collaborazione con la Radio Corporation of America (RCA). L’obiettivo era titanico: creare il più grande e sfarzoso teatro d’Europa e d’America, un luogo dove il popolo potesse accedere all’intrattenimento di altissimo livello a prezzi popolari.
L’architettura interna, curata da Donald Deskey, è un trionfo di specchi, bachelite, legni pregiati e giganteschi lampadari che incarnano lo sfarzo dell’epoca. Il fulcro di tutto è il monumentale palcoscenico a forma di sole al tramonto, dotato di un sistema idraulico così avanzato (progettato originariamente per muovere le piattaforme delle navi militari) da essere protetto dal governo americano durante la Seconda Guerra Mondiale per segreto militare.
È qui che è nata la leggenda delle Rockettes, la celeberrima compagnia di ballo di precisione le cui coreografie sincrone e i famosi “calci alti” sono diventati il simbolo stesso del Natale a New York. Passare oggi sotto la sua pensilina illuminata da gigantesche scritte al neon rosse e blu, mentre le gocce di pioggia cadono sui taxi gialli in fila sulla Sixth Avenue, significa toccare con mano l’età dell’oro di una metropoli che non ha mai smesso di sognare in grande.