PR & Influencer

Brooklyn, la rivolta gentile dell’arte: a “REBEL” gli emergenti riscrivono il senso della disobbedienza

C’è un punto, a Brooklyn, in cui l’arte smette di essere contemplazione e torna a essere gesto. Accade al 53 Scott, spazio industriale trasformato in crocevia creativo, dove la seconda edizione di “REBEL: The Second Annual Kollection Art Show” si presenta come un laboratorio vivo, quasi febbrile, sul concetto stesso di ribellione. Non quella stereotipata, da manifesto o slogan, ma una forma più sottile, stratificata, che attraversa identità, memoria, corpi e linguaggi.

La domanda che attraversa l’intera mostra è semplice solo in apparenza: cosa significa ribellarsi oggi? In un’epoca in cui ogni gesto sembra immediatamente catturato, condiviso e replicato sugli schermi, la ribellione è ancora azione reale o si è trasformata in simulacro? È proprio su questo crinale che si muovono gli artisti selezionati da The Kollection, tutti accomunati da una pratica sviluppata negli ultimi cinque anni, immersa nel presente ma costantemente in dialogo con il passato.

L’impressione, entrando, è quella di un coro polifonico. Nessuna voce dominante, nessuna estetica imposta. Piuttosto una costellazione di traiettorie che si sfiorano, si contraddicono, si rafforzano a vicenda.

Bailey Storms apre il percorso con una ricerca che ha il sapore della memoria deformata. Interdisciplinare per vocazione, lavora tra stampa, pittura, fotografia e suono, ma è soprattutto l’uso di tecnologie analogiche – VHS, trail cameras – a definire il suo linguaggio. Le immagini appaiono consumate, erose dal tempo, come se fossero state recuperate da un archivio dimenticato. Non è nostalgia, o almeno non solo. È piuttosto un’indagine su come il tempo modifichi il senso dei luoghi e delle identità, radicata nel Sud degli Stati Uniti da cui proviene. La sua ribellione è contro la fissità del ricordo: nulla resta intatto, tutto si trasforma.

Di segno diverso, ma altrettanto profonda, è la presenza di Bob Conge, artista americano con una carriera consolidata alle spalle. Disegno, scultura, mixed media: il suo lavoro è una continua reinvenzione, un esercizio quotidiano di confronto con sé stesso. Nonostante il riconoscimento internazionale, Conge rifiuta qualsiasi idea di approdo definitivo. La sua è una ribellione metodologica: contro la stabilità, contro la comfort zone, contro l’idea che l’arte debba trovare una forma conclusiva.

Camille Gearhart porta invece un racconto più territoriale, legato agli spazi attraversati nella sua vita tra Arizona, Wyoming e New Mexico. Il suo percorso, fatto anche di commissioni e di costruzione di comunità artistiche, si riflette in opere che tengono insieme dimensione personale e collettiva. La ribellione, qui, è quasi silenziosa: è la scelta di costruire, di creare reti, di restare fedele a una pratica che nasce dal territorio.

Più enigmatico è Cypress Hayunga, figura che sfugge a una definizione immediata. La sua presenza in mostra si inserisce come una nota dissonante, quasi un invito a non cercare sempre una chiave di lettura univoca. Anche questa, in fondo, è una forma di resistenza.

David Leitch lavora con il legno, con parti animali, con materiali che portano con sé una memoria organica. Le sue forme, geometriche e insieme naturali, oscillano tra funzione e scultura. Non sono oggetti da osservare soltanto, ma da vivere. In questo senso, la sua ribellione è contro la separazione tra arte e quotidianità: la bellezza deve essere abitabile, utilizzabile, integrata nella vita.

Con Elena Ketra, il discorso si sposta su un piano esplicitamente sociale. Formata all’Accademia di Belle Arti di Venezia, sviluppa una ricerca centrata sull’empowerment femminile e sull’inclusione di genere. Le sue opere non cercano ambiguità: interrogano direttamente le strutture di potere, mettendo in discussione stereotipi e gerarchie. È una ribellione dichiarata, politica, necessaria.

JJ Hammond costruisce invece un ponte tra infanzia e presente. Utilizzando giocattoli riciclati, legno ed elementi digitali, crea opere che invitano a un ritorno all’essenziale: la capacità di sentire, di ricordare, di riconnettersi con il proprio sé più autentico. In un mondo saturo di stimoli, la sua è una ribellione contro la distrazione permanente.

Kelly Tsai rappresenta uno dei vertici della multidisciplinarità in mostra. Fotografia, performance, musica, danza, tecnologia: il suo lavoro è un sistema complesso in cui ogni linguaggio dialoga con l’altro. Le sue performance, presentate in tutto il mondo, portano in scena un corpo che è insieme mezzo e messaggio. La ribellione, qui, è nella contaminazione: nessun confine tra le arti, nessuna gerarchia.

Meghan Stanley lavora sul corpo in modo diretto, quasi viscerale. Ceramica, silicone, metallo, tessuto: materiali che si combinano per creare forme ibride, in cui attrazione e repulsione convivono. Il corpo diventa archivio di memoria, luogo di tensione. La sua ribellione è contro la rappresentazione edulcorata dell’anatomia: mostrare ciò che normalmente si nasconde.

Mia Hause affronta invece una delle emergenze più drammatiche della società americana: la crisi degli oppioidi. Le sue opere, claustrofobiche e stratificate, raccontano il peso che molte madri portano trasformando l’attivismo in lavoro quotidiano. Qui la ribellione è comunitaria, nasce dal basso, dalla necessità di reagire.

Mikhail Gubin porta in mostra una lunga esperienza internazionale. Nato nell’Unione Sovietica, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1989, attraversa media diversi – scultura, pittura, collage, fotografia, video – con una libertà che riflette il suo percorso biografico. La sua ribellione è quella di chi ha vissuto sistemi diversi e continua a interrogarsi sulla forma.

Mujero introduce il tema dell’identità queer e caraibica attraverso scultura, video e performance. Il suo lavoro è un atto di affermazione, ma anche di resistenza culturale. In un contesto globale, la sua voce si distingue per la capacità di intrecciare dimensione personale e collettiva.

Nicholas Cordeiro lavora sulla memoria e sull’intimità, utilizzando anche materiali non convenzionali come il caffè. Le sue opere sono frammenti di storie, superfici costruite per accumulo e cancellazione. La ribellione, nel suo caso, è contro la superficialità delle relazioni: un invito a recuperare profondità.

Pamela Jennings porta un percorso di vita complesso, che attraversa psicologia e arte. Dopo una lunga carriera accademica, ritorna alla pittura con una consapevolezza diversa. La sua ribellione è personale: il recupero di una vocazione rimasta a lungo sopita.

Peach Soup rappresenta una voce più istintiva, libera da definizioni. Le sue influenze spaziano dai meme alla controcultura, dall’anime al sex work. Non cerca di spiegare il proprio lavoro: vuole creare connessioni. È una ribellione contro l’eccesso di interpretazione.

Robert Morgan reinventa l’acquerello, trasformandolo in qualcosa di lontano dalla sua tradizione più delicata. Le sue opere, dense e materiche, spingono il medium oltre i suoi limiti. Anche qui, la ribellione è tecnica.

Samuel Fisch introduce una dimensione partecipativa. Le sue opere coinvolgono il pubblico, lo spingono oltre il ruolo di osservatore. È una ribellione contro la passività.

Saul Shukman costruisce mondi in cui tempo, memoria e spiritualità si intrecciano. La sua formazione in archeologia emerge in una pratica che scava, letteralmente e metaforicamente. La ribellione è contro la linearità del tempo.

Seongmin Yoo lavora su identità, migrazione e appartenenza. Le sue installazioni immersive creano spazi in cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi con sistemi di potere e percezione. La ribellione è contro le narrazioni dominanti.

Sophia Nuñez, giovane artista formata alla NYU, porta uno sguardo fresco, radicato nella collaborazione e nella contaminazione. La sua presenza testimonia una generazione che non accetta confini rigidi.

Sorrel Stone affronta temi di identità e colonizzazione attraverso la scultura. Il suo lavoro è profondamente politico, ma anche radicato in una ricerca formale rigorosa. La ribellione è contro le strutture storiche di oppressione.

Tamara Wyndham attraversa decenni di pratica artistica, tra disegno, performance e libri d’artista. La sua è una ribellione che si rinnova nel tempo, senza perdere intensità.

Zoe Head chiude idealmente il percorso con una riflessione sulla dicotomia tra vita rurale e urbana, tra invisibilità e ipervisibilità. Il suo lavoro interroga lo sguardo: come vediamo gli altri, come vediamo noi stessi.

“REBEL” non offre risposte definitive. Non cerca sintesi. È, piuttosto, un dispositivo aperto, una domanda continua. In un mondo in cui la ribellione rischia di diventare estetica, questi artisti provano a restituirle densità, complessità, contraddizione.

E forse è proprio questa la sua forza: non urlare, ma insistere. Non distruggere, ma trasformare. In silenzio, o quasi, Brooklyn continua a ribellarsi.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *