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Addio, San Siro. Eppure non riesco a immaginare un Milan senza di te

Ci penso ogni volta che passo in macchina in via dei Piccolomini e lo vedo apparire, enorme, sospeso nel tempo. San Siro. Lo stadio, il tempio, la casa. Chiamatelo come volete: per noi milanisti è semplicemente lui, l’unico.
Ora dicono che lo demoliranno. Che arriverà un nuovo impianto, moderno, sostenibile, “a misura di famiglia”. Lo so, è giusto. È il futuro. Ma dentro di me c’è un nodo che non se ne va: come si fa a demolire un ricordo?

Perché San Siro non è solo cemento e scale elicoidali, non è solo il vento freddo di gennaio che taglia la faccia o la birra calda del terzo anello. È mio padre che mi stringe la mano la prima volta che entro, è quel rosso acceso dei seggiolini che sembravano fuoco quando il Milan di Sacchi bruciava l’Europa. È Sheva che buca Buffon, Maldini che alza la Coppa, Inzaghi che esulta con la lingua di fuori, Kaka che corre via dal destino come se fosse troppo lento per lui. È un pezzo di infanzia, di giovinezza, di fede laica.

Eppure sì, aspetto quel giorno. Lo aspetto come si attende un nuovo inizio, con l’emozione di chi sa che certe rinascite passano per la fine. Perché abbiamo bisogno di uno stadio nostro, vivo, europeo, capace di farci tornare grandi non solo nei ricordi ma anche nel presente. Voglio vedere il Milan giocare in una casa che respira tecnologia e passione, dove i bambini di oggi possano vivere ciò che io ho vissuto allora.

Ma temo, allo stesso tempo, quel momento in cui le ruspe arriveranno. Quando il primo morso di ferro strapperà via una porzione di gradinata e l’eco sordo si mescolerà al ricordo di mille cori. Mi chiedo se qualcuno, in quel momento, si fermerà per ascoltare il suono del passato che se ne va.

Mi mancherà persino il rumore dei tornelli, i fischi, la pioggia che batte sui gradoni, l’urlo collettivo che sale come una marea. Mi mancherà l’odore di wurstel e fumo che ti accompagna fino al cancello 14, le bandiere che si muovono come onde in una tempesta. San Siro era, ed è, un sentimento fisico.

E allora spero che il nuovo stadio — qualunque forma avrà, qualunque nome gli daranno — riesca a contenere almeno una briciola di tutto questo. Che non sia solo uno spettacolo da smartphone, ma un luogo dove ancora si perde la voce, dove ci si abbraccia senza conoscersi, dove si piange per un gol al 94’.

Quando lo demoliranno, tornerò lì. Mi fermerò fuori, magari in silenzio, e guarderò le gru come si guarda un vecchio che se ne va. Ma in fondo al cuore, saprò che San Siro non muore. Si trasforma, come tutte le cose che hanno amato troppo per sparire davvero.

E forse, nel primo coro del nuovo stadio, quando il cielo si tingerà di rosso e nero, rivedrò per un attimo quell’erba, quei riflettori, quelle notti europee che mi hanno insegnato cos’è la bellezza del calcio e, forse, anche della vita.

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