Quando parti da Castelfranco Veneto poco dopo all’alba, le strade sono ancora intrise di silenzio e il cielo si tinge di quel rosa incerto che sembra esitare tra notte e giorno. Siete tu e Base, scarpe leggere e zaini ridotti all’essenziale, con la zia che vi accompagna in bici. Lei pedala piano, quasi a non disturbare il ritmo dei passi, portando quella presenza di casa che fa bene nei momenti lunghi. Il primo tratto dei Sentieri degli Ezzelini scorre veloce: il torrente Muson vi affianca con il suo mormorio costante, tra pioppi e salici che allungano le ombre sull’acqua.
Il sentiero qui è morbido, quasi gentile, e si infila tra campi di mais e casolari che profumano ancora di legna. Passate per Riese Pio X, terra natale di un Papa contadino, e la mente va alle radici profonde di questa pianura veneta, un mosaico di canali e rogge che hanno sempre nutrito e difeso chi ci vive. La zia in bici ogni tanto si gira, vi sorride, vi passa una borraccia. Ogni gesto è un invito a continuare.
Lungo il Muson si sente già l’eco della storia: queste acque, secoli fa, furono confine e via di comunicazione per i domini degli Ezzelini, famiglia potente e temuta, che qui aveva il suo cuore politico e militare. È da loro che nasce il nome del sentiero. Correndo, pensi che queste stesse rive abbiano visto mercanti, pellegrini, soldati.
A poco a poco, il paesaggio cambia: meno pianura, più curve e dislivelli. L’acqua del Muson si stringe e diventa più vivace, il bosco si infittisce. Arrivate a Fonte Alto e il torrente Lastego vi accoglie con la freschezza della sua valle dei mulini. Lì il rumore dell’acqua che cade è quasi un invito a fermarsi, ma la strada chiama. Fabio vi aspetta a San Liberale con il cibo. Una piccola festa improvvisata: panini, frutta, sorsi di energia. Mentre mangiate, arriva Adriano. Ora siete in tre a salire, e l’energia cambia: si ride, ci si prende in giro, si raccontano aneddoti di altre corse.
Da San Liberale inizia la parte più dura e più bella: il Sentiero 151. È lì che il Grappa si mostra per quello che è: non solo una montagna, ma un testimone di storia. Salite tra i faggi, poi l’aria si fa più sottile e l’odore cambia: terra, muschio, roccia. La fatica è costante, il cuore batte forte. Nei tornanti più ripidi ti ritrovi a pensare a chi, su questi pendii, non saliva per sport ma per difendere la propria terra.
Monte Grappa, 1776 metri. Dopo Caporetto, tra il 1917 e il 1918, fu la linea di resistenza estrema. Qui si combatterono battaglie feroci, tra trincee e gallerie scavate nella roccia. Molti non tornarono mai. Ogni pietra potrebbe raccontare un nome, ogni silenzio è un’eco di spari lontani. Mentre salite, il sentiero incrocia vecchie postazioni e camminamenti: resti di muretti a secco, feritoie, gallerie basse e buie. Sono segni che la natura ha cercato di coprire, ma che il vento e il tempo mantengono visibili.
Più salite, più il panorama si apre: alle spalle la pianura veneta si stende come un mare verde e oro, punteggiato di campanili. Davanti, le ultime curve che portano al Sacrario Militare. La costruzione, maestosa e sobria, appare come un semicerchio di pietra che abbraccia la vetta. Qui riposano oltre 22.000 caduti, italiani e austro-ungarici, separati in vita e uniti nella morte. Cammini sulla Via Eroica, tra cippi che ricordano i luoghi della guerra, e senti che la vostra corsa non è solo sport: è un atto di memoria.
L’arrivo è quasi un rito: vi abbracciate, non serve parlare. Otto ore, 41 chilometri, 1800 metri di dislivello. La zia vi raggiunge, vi scatta una foto, e per un momento tutto è sospeso: la fatica, il respiro, il tempo. Dal sacrario guardi verso la pianura, pensi alla partenza da Castelfranco e capisci che il filo che unisce quei due punti non è solo un sentiero. È un racconto fatto di paesaggio, storia e amicizia, di sudore e di vento, di silenzi e di parole.
Monte Grappa oggi è un luogo di pace, ma ogni passo che ci porta in cima ci ricorda che la pace va conquistata, preservata e portata dentro di noi. Quel giorno, il 6 agosto 2025, l’avete fatto correndo, salendo, condividendo. E il Grappa, dall’alto, vi ha visto arrivare come vedeva arrivare i soldati di un secolo fa: con il cuore in mano e la speranza negli occhi.