A Monteforte d’Alpone, dove la pianura veronese comincia ad arrampicarsi sulle colline vulcaniche del Soave, c’è una corte che profuma di tempi lenti, di pergolati carichi d’uva e di pietra scura scaldata dal sole. È la corte in cui vive e lavora la famiglia Bolla, sei generazioni di viticoltori che hanno fatto della Tenuta Solar un laboratorio di identità, un luogo in cui la tradizione contadina incontra una visione moderna e rigorosa della qualità. La storia comincia come molte storie venete: vino sfuso, damigiane, vendemmie fatte a mano e un rapporto quasi simbiotico con il territorio. Un mestiere che si tramanda per gesti più che per parole, frutto di un equilibrio delicato tra la fatica e la gratitudine per una terra capace di dare molto a chi sa rispettarla.
La svolta arriva negli anni Duemila, quando Andrea Bolla decide che quel patrimonio non può più restare confinato nella dimensione familiare. Con il padre Egidio – patriarca silenzioso e determinato, memoria vivente dell’azienda – e con il fratello, comincia un percorso che cambia radicalmente il volto della tenuta. Niente rivoluzioni rumorose, ma una serie di scelte precise e coraggiose: rese più basse, vinificazioni pulite, valorizzazione delle uve autoctone e un nuovo rispetto per i suoli vulcanici che rendono unico il paesaggio di Monteforte. È la decisione di passare dalla quantità alla qualità che segna l’inizio del tempo nuovo di Tenuta Solar, con la produzione in bottiglia, l’ingresso nei circuiti di valorizzazione consortili e un rapporto più diretto con enoteche, ristoratori e turisti.
Oggi l’azienda resta piccola – sette ettari vitati, ventiquattromila bottiglie l’anno, fatturato da 150 mila euro – ma ha un’identità precisa, quasi scolpita nella roccia basaltica che segna il profilo della “Val de l’Acqua”, il cru in cui affondano le radici della Garganega. È un territorio di sassi neri, residuo dell’antico fuoco che modellò la Lessinia e il versante classico di Monteforte. I terreni sono poveri, drenanti, ricchi di ferro e manganese, capaci di imprimere ai vini una mineralità tesa e una sapidità che custodi e appassionati riconoscono a occhi chiusi. Le vigne, allevate a guyot, si arrampicano tra i 100 e i 200 metri, prendendo sole al mattino e respirando, la notte, l’aria fresca che scende dal monte. Qui la Garganega non è soltanto un’uva: è una lingua antica, un modo di leggere il paesaggio.
Questa fedeltà al territorio prende forma soprattutto in due etichette che rappresentano la doppia anima dell’azienda: la precisione e la fragranza del Soave Classico e la dolcezza aristocratica del Recioto. Il Soave Classico “Le Caselle”, frutto di una vinificazione essenziale e rispettosa, è un vino che unisce la delicatezza dei fiori bianchi a un respiro minerale netto, quasi salino. Ha profumi di pera, mela golden, erbe aromatiche, qualche sfumatura burrosa appena accennata dalla maturazione sulle fecce fini. In bocca è fresco, pulito, succoso, con un equilibrio che non cerca mai la potenza ma la finezza. È un Soave che racconta la collina senza sovrastrutture, con l’umiltà di chi sa che la Garganega dà il meglio solo quando si lascia parlare.
Il Recioto di Soave Classico “El Re’” è un’altra storia: uve appassite per mesi su graticci verticali, rese drasticamente ridotte, concentrazioni e profumi che ricordano la frutta gialla essiccata, la canditura, il miele, la noci tostate, la selce. In bocca è dolce ma mai stucchevole, perché l’acidità – dono prezioso dei terreni basaltici – mantiene tutto in equilibrio. È un vino da meditazione, che accompagna dessert e formaggi erborinati, ma soprattutto è il simbolo di un sapere antico che la famiglia Bolla ha scelto di rinnovare senza tradirlo. È il vino che custodisce l’intimità delle vecchie cantine venete, ma con una pulizia enologica moderna che lo rende longevo e vibrante.
La mano della famiglia si sente ovunque: nella vigna lavorata quasi interamente a mano, nel compost autoprodotto che sostituisce i fertilizzanti chimici, nelle coperture verdi che proteggono i suoli dall’erosione, nei trattamenti ridotti al minimo. L’approccio è “green” non come slogan, ma come necessità, perché chi lavora su terreni così fragili sa che ogni intervento può riequilibrare o compromettere. Andrea Bolla parla spesso di un’agricoltura “gentile”, fatta di osservazione più che di correzione, e in cantina questa filosofia si traduce in fermentazioni spontanee, consumi energetici contenuti, riciclo integrale delle acque, appassimenti naturali che non ricorrono a ventilazioni forzate. È un ecosistema familiare che funziona per armonia e non per regole rigide, un modo di intendere la viticoltura che restituisce vini più autentici, forse meno prevedibili, ma più vivi.
Il legame con la Strada del Vino Soave e con le altre realtà del territorio completa la visione di un’azienda che non si sente un’isola, ma parte di un racconto più grande. Le degustazioni in corte, le collaborazioni con le realtà turistiche locali, l’apertura ai visitatori sono il modo in cui Tenuta Solar restituisce alla comunità ciò che riceve dal suo paesaggio. Una reciprocità che oggi, nel mondo del vino, vale quasi quanto una buona vendemmia.
In fondo, la forza di Tenuta Solar sta proprio nella sua dimensione familiare: un equilibrio fatto di ruoli fluidi, dove il padre Egidio porta la memoria, Andrea l’innovazione, il fratello la concretezza quotidiana. Nessuno è davvero protagonista da solo, perché protagonista vera è la terra. E forse è per questo che, passando davanti alla corte, si ha la sensazione di trovarsi davanti a un luogo che non cerca di apparire, ma di durare.
Fra le colline nere di Monteforte, la Tenuta Solar resta così: piccola, tenace, profondamente veronese. Una storia di vino che sa ancora di casa.