L’ufficio postale di Castelfranco Veneto (cronache dal fronte della burocrazia)

C’è un posto, nel cuore del trevigiano, dove il tempo si scioglie lento come una caramella dimenticata in tasca, e non perché la vita di provincia sia placida: è l’ufficio postale di Castelfranco Veneto. Un luogo dove entri giovane e ne esci anziano, oppure non ne esci affatto, ma diventi parte dell’arredo.

Quella mattina di settembre, il tabellone luminoso segnava il numero B12, ma la voce metallica, con una crudeltà degna di un romanzo russo, annunciava: «A3, allo sportello due». Sullo sfondo, una radio gracchiava la canzone dell’estate dell’anno scorso. Due persone sembravano davvero sveglie: un’anziana signora con gli occhiali spessi come fondi di bottiglia e una giovane ragazza con i capelli rosa shocking, armata di pazienza e un libro di Murakami. Gli altri, una dozzina, erano impegnati in attività che nulla avevano a che fare con la posta: uno raccontava a voce altissima il pranzo della domenica scorsa, un altro litigava al telefono per una parcella, due ragazzi facevano le prove per un torneo di bestemmie a bassa voce.

Il signor Franco, distinto pensionato in giacca di velluto, voleva solo una fattura per l’acquisto di dieci francobolli. «Mi serve per la contabilità», spiegò con la delicatezza di chi sa di chiedere qualcosa di assurdo. L’impiegato, che stava giocando a Tetris con le buste gialle, lo fissò come se avesse chiesto un certificato di residenza su Marte. Dopo una lunga consultazione tra colleghi, la sentenza arrivò: «Per avere la fattura fiscale, deve aprire un tabacchino». Franco se ne andò barcollante, chiedendosi se iscriversi alla Camera di Commercio o al circo.

Poi fu il turno di un ragazzo con lo sguardo disperato: «Mi serve il modulo per pagare la tassa del passaporto». Gli sportellisti iniziarono a frugare nei cassetti come archeologi in cerca di un reperto etrusco. Dopo dieci minuti, con l’aria di chi ha appena perso una battaglia storica, chiamarono la direttrice. La direttrice, a sua volta, impiegò altri cinque minuti solo per ricordarsi quale cassetto aprire. Quando finalmente il modulo emerse, qualcuno giurò di aver visto un raggio di luce divina attraversare la stanza.

Fuori, a pochi metri di distanza, c’è un piccolo tabacchino gestito da una coppia cinese. Lì non c’è il tempo di sedersi: pacchi che arrivano dalla Germania, bollettini del gas, ricariche telefoniche, un pacchetto di gomme al gusto litchi—tutto risolto in trenta secondi. Hanno un sistema misterioso, forse magia orientale, forse solo organizzazione. I pacchi passano da un bancone all’altro come in una coreografia perfetta, e mentre ti danno il resto ti chiedono pure come va la giornata.

Uscendo dall’ufficio postale, con la sensazione di aver attraversato una zona di guerra, non puoi non chiederti se il mondo stia andando nella direzione sbagliata. Forse, invece di costruire nuove poste o fare riforme epocali, dovremmo semplicemente consegnare le chiavi dei nostri uffici postali ai tabaccai cinesi. Perché se loro riescono a gestire pacchi dall’Australia e ricariche Postepay senza far aspettare un’ora, forse il problema non è il destino, né il Veneto, ma il fatto che, da qualche parte, abbiamo confuso il concetto di servizio con quello di penitenza.

Nel frattempo, dentro l’ufficio postale di Castelfranco, il tabellone lampeggia ancora B12, ma la voce annuncia C4. E la signora con gli occhiali spessi sospira, la ragazza dai capelli rosa chiude il libro, e gli altri continuano a fare casino, inconsapevoli che il mondo là fuori corre, veloce come un pacco espresso affidato a chi sa come farlo arrivare a destinazione.

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