C’è un punto lungo il sentiero degli Ezzelini, a Castelfranco Veneto, dove il fiume Muson scorre lento, tra salici e ghiaia chiara. Un angolo che, nelle mattine d’autunno, potrebbe sembrare un quadro impressionista: nebbia sottile, ciclisti che scivolano via silenziosi, qualche pescatore ostinato. Potrebbe, appunto. Perché lì qualcuno, con la nonchalance di chi butta la coscienza insieme all’immondizia, ha scaricato rifiuti: bottiglie di plastica, sacchetti, qualche lattina.
Poi sono arrivati gli incaricati a tagliare l’erba. Nessuno ha pensato di raccogliere i rifiuti prima di passare la lama. Così, invece di due o tre sacchetti interi, ora lungo il Muson c’è una costellazione di frammenti colorati: il fiume sembra cosparso di coriandoli velenosi. Centinaia di persone percorrono quel sentiero ogni giorno: runner, famiglie, pensionati con il cane. Molti vedono, pochi si fermano. Ci indigniamo, scattiamo foto, forse pubblichiamo un post indignato su Facebook, ma i pezzi di plastica restano lì, tritati e invisibili come il nostro senso civico.
In che mondo viviamo? È peggiore il “maiale” che ha buttato la spazzatura sull’argine o l’addetto che ha tagliato l’erba senza rimuoverla? Peggiori i cittadini che passano accanto e tirano dritto o la polizia locale che preferisce piazzarsi all’uscita della città per sanzionare chi supera di cinque chilometri orari il limite? O l’amministrazione che non interviene, forse troppo occupata a scrivere comunicati sulla “sostenibilità”? O siamo peggio noi, che scriviamo editoriali come questo, convinti di aver fatto il nostro dovere solo perché abbiamo messo nero su bianco la nostra indignazione?
È troppo facile dare la colpa a “qualcun altro”. Troppo comodo pensare che basti una multa o un servizio in tv per cambiare un comportamento che, alla fine, è nostro. Quel sacchetto gettato non è un incidente isolato: è un pezzo del nostro modo di abitare il mondo, del nostro egoismo quotidiano. E quel tritacarne di plastica sull’argine del Muson non è solo brutto da vedere: è il segno, piccolo ma eloquente, di un sistema che si disgrega—un mosaico di irresponsabilità, omissioni, silenzi.
Qualcuno dirà che esagero, che sono solo “quattro rifiuti”. Ma il degrado inizia sempre da un mozzicone gettato, da un cartello ignorato, da un gesto non compiuto. I fiumi sono specchi: ci restituiscono l’immagine di ciò che siamo. E se oggi il Muson riflette frammenti di plastica invece che cieli limpidi, non è solo colpa di un singolo incivile: è la nostra fotografia collettiva.
A volte viene da pensare, con amaro sarcasmo, che la razza umana stia facendo di tutto per meritarsi l’estinzione. Forse è un’iperbole, forse un grido disperato: ma davanti a un fiume sfigurato da rifiuti tritati, diventa difficile difendere la nostra presunta superiorità. La verità è che il mondo non va a rotoli da solo. Siamo noi a spingerlo, un sacchetto dopo l’altro, lungo la corrente. E finché ci limiteremo a scuotere la testa, continueremo a vederci riflessi in un’acqua sempre più sporca.