Tina Anselmi, il murale che divide: tra petizione, arte pubblica e identità

PORTOGRUARO – Dove finisce il dovere della memoria e dove comincia la libertà dell’arte? È attorno a questa linea sottile che si è accesa, nelle ultime settimane, una polemica destinata a far discutere ben oltre i confini cittadini. Al centro della contesa c’è il murales dedicato a Tina Anselmi, inaugurato sulla facciata dell’Istituto Pascoli di Portogruaro, in via Valle. Un’opera pensata per rendere omaggio a una delle figure più autorevoli della storia repubblicana, ma che oggi rischia di diventare un caso.

A innescare il dibattito è stata una petizione rivolta alle istituzioni comunali, promossa da Alessio Alessandrini e Roberto Soncin, che chiede un intervento pittorico correttivo sull’opera. Il motivo è esplicitato senza mezzi termini: il volto rappresentato nel murale “non corrisponde per nulla al suo volto reale”. Un’alterazione ritenuta grave, tanto da configurarsi – secondo i promotori – come un errore da sanare “per rispetto della sua memoria e della nostra Città”.

La raccolta firme, aperta fino al 10 gennaio 2026, non chiede la rimozione dell’opera, ma un ritocco che renda Tina Anselmi riconoscibile nella sua fisionomia storicamente documentata. Una richiesta che, però, ha trovato immediatamente una forte resistenza nel mondo culturale e artistico locale, trasformando una questione apparentemente tecnica in un confronto di principio sul senso dell’arte pubblica.

A farsi portavoce della posizione opposta è stato, tra gli altri, Andrea Vizzini, che in un intervento articolato ha respinto l’impostazione stessa della petizione. Valutare un’opera figurativa sulla base della somiglianza, sostiene Vizzini, significa fraintendere radicalmente la funzione dell’arte. “Confondere il piano della rappresentazione simbolica con quello della mera riproduzione” equivale, nella sua lettura, a chiedere all’arte ciò che appartiene alla fotografia o all’illustrazione, non al linguaggio artistico.

Il murale, secondo questa visione, non nasce per rassicurare lo spettatore con un volto noto, ma per attivare un discorso pubblico su valori, responsabilità civili e memoria collettiva. Ridurre una figura come Tina Anselmi – simbolo della lotta per i diritti, della politica intesa come servizio, dell’impegno civile – a una questione di somiglianza fisionomica significherebbe, in ultima analisi, svuotare l’opera del suo senso più profondo.

Sulla stessa linea si colloca l’intervento di Boris Brollo, che ha motivato pubblicamente la sua scelta di non firmare la petizione. Nel suo ragionamento, la richiesta di “aderenza al reale” richiama una concezione “passatista” della storia dell’arte, fondata sull’idea che esista una verità fissa del volto, cristallizzata in una fotografia. Ma, osserva Brollo, ogni immagine è solo uno scatto dentro un flusso temporale: non certifica la persona, ma un istante.

Richiamando esempi che vanno da Francis Bacon a Modigliani, Brollo rivendica il diritto dell’artista di cogliere la figura umana nella sua trasformazione, interpretandone il tempo, l’idea, la tensione interiore. Nel murale di Portogruaro, aggiunge, ciò che conta non è la fedeltà anatomica, ma l’intenzione simbolica, rafforzata dal titolo stesso dell’opera, che esplicita il riferimento a Tina Anselmi.

Due visioni inconciliabili, dunque. Da un lato chi ritiene che l’arte pubblica, quando entra nello spazio civile e istituzionale, debba assumersi anche un dovere di riconoscibilità e rispetto iconografico. Dall’altro chi vede proprio nella libertà interpretativa il cuore della sua funzione educativa e critica, come ricordava già nel 1922 David Alfaro Siqueiros nel manifesto del muralismo messicano: un’arte “combattiva ed educativa per tutti”.

In mezzo, una città chiamata a interrogarsi non solo su un murale, ma sul modo in cui intende custodire la propria memoria collettiva. Perché la polemica su Tina Anselmi, al di là dei pennelli e delle firme, sembra raccontare qualcosa di più profondo: la difficoltà, oggi, di accettare che l’arte non confermi sempre ciò che già sappiamo, ma ci costringa, talvolta, a guardare oltre l’evidenza.

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