San Siro silenzioso, la Curva Sud non canta più: uno stadio che piange

Ieri sera ero a San Siro. Ci sono entrato con il cuore pesante, con la curiosità di chi vuole vedere con i propri occhi se quanto raccontato a Milan-Bari fosse reale. E purtroppo lo era.

Gli ingressi erano cambiati, i controlli serrati, e io ero praticamente da solo. Qualche amico assente per scelta, altri ancora in vacanza. Ci siamo sentiti, ci siamo scambiati opinioni: ognuno ha le proprie visioni, tutte condivisibili. Ma il mio desiderio era semplice: osservare la Curva, respirare quell’aria che da decenni accompagna ogni mia partita.

Salgo e incontro qualche volto noto: saluti, abbracci, due parole, poi il silenzio. La Curva Sud era abbastanza gremita, eppure spoglia di colore e di voce. Si sentivano solo gli ospiti, i Cremonesi, e per un attimo ho avuto la sensazione di giocare in trasferta nel nostro stesso stadio. Mai, in decenni di presenza su quei gradoni, avevo visto tanto silenzio, tanta apatia. Uno stadio senza tifo non è uno stadio. Può essere un luogo di sport, ma non è calcio.

Qualcuno, con un gesto temerario, ha provato a far partire due cori dall’arancio, durati pochi secondi. Tentativo patetico di dimostrare che lo stadio canta anche senza la Curva. Ma era solo un raglio, destinato a spegnersi. E infatti, al 87°, il settore da cui proveniva quel debole coro comincia a svuotarsi. Uscire prima, quando il Milan è sotto di un goal, è un simbolo. Il ciuccio ha mostrato la sua natura, e il resto dello stadio si è lasciato andare ai fischi.

Dal 2° Blu non arrivava nulla, solo tristezza. Tristezza per ciò che scientemente si sta cercando di cancellare: una memoria di passione, di identità, di comunità. È come se qualcuno volesse sostituire la storia con un pubblico silenzioso e disciplinato, seduto e ordinato, come spettatori di tennis. Ma il calcio non dovrebbe essere questo. Il calcio è gioia, caos, colore, voci che si fondono e urlano insieme.

E poi c’è la squadra. Nessun gesto, nessuna parola. Bastava un cappellino della Curva, un segnale minimo di appartenenza, e invece nulla. I giocatori sono dipendenti strapagati, lontani dall’anima di chi ogni domenica riempie i gradoni. La Cremonese vince con merito, e il secondo goal certifica che il Milan, oggi, è lo specchio di una società fatta di apparenza e zero sostanza, American style, fredda e distante.

E io resto lì, tra i vuoti gradoni, con la nostalgia di chi da bambino guardava la Curva più che la partita. Con la rabbia di chi non capisce perché 6900 persone debbano essere trattate come criminali per colpa di pochi. Con la tristezza di chi sa che il calcio che amava non c’è più, e forse non tornerà.

San Siro ieri sera piangeva. E io, insieme a lui, ho sentito la perdita di qualcosa di prezioso: la voce della passione, la memoria di decenni, il cuore pulsante della Curva Sud.

" Redazione : ."