“Il Milan siamo noi”: rabbia e amore dei tifosi davanti Casa Milan. “Cardinale e Scaroni via, state distruggendo 125 anni di storia”

Milano, 24 maggio 2025 – Non è più solo delusione. Non è solo rabbia. È un dolore profondo, quello che oggi ha portato centinaia di tifosi rossoneri a radunarsi davanti a Casa Milan per manifestare contro una dirigenza che, a detta loro, ha tradito l’essenza stessa di questo club. Non c’erano bandiere istituzionali, né slogan da curva. C’era un sentimento puro, crudo, che si è trasformato in cori, striscioni e lacrime: “Cardinale vattene!”, “Scaroni dimettiti!”, “Il Milan non si vende!”.

Un’onda rossonera che non ha chiesto nuovi acquisti o trofei, ma rispetto. Rispetto per una storia gloriosa, per quei 125 anni di conquiste, di valori, di passione tramandata di padre in figlio. “A noi interessa il Milan, non i fondi d’investimento, non le plusvalenze, non i palazzi di vetro a New York”, ci dice con voce spezzata Marco, 43 anni, abbonato da una vita. “Questi qui sono venuti per fare soldi, non per fare la storia”.

Il grido del popolo milanista

La manifestazione, nata spontaneamente sui social nei giorni scorsi, ha radunato oltre mille persone. Tifosi di ogni età. Mancano i sogni, manca la direzione. “Da quando c’è RedBird sembra tutto un grande spot pubblicitario. Parlano di brand, di audience, di business plan. Ma noi vogliamo solo una cosa: un Milan che lotti, che rispetti la maglia, che non venga umiliato da squadre con un decimo della nostra storia”, spiega Roberta, 26 anni.

Al centro della contestazione, naturalmente, Gerry Cardinale e Paolo Scaroni. Il primo, proprietario del club attraverso il fondo RedBird, è accusato di essere lontano anni luce dalla realtà sportiva e dal sentimento popolare. Il secondo, presidente di facciata, viene visto come un esecutore passivo, incapace di proteggere l’identità del club.

“Scaroni va in tv a parlare di stadi, Cardinale compare ogni tre mesi con i suoi sorrisi da Wall Street. Ma nessuno di loro ama davvero il Milan. Nessuno di loro sa cosa vuol dire piangere per un gol preso al 90esimo. Noi sì. E non vogliamo più essere presi in giro”, grida un ragazzo della Curva Sud.

Una ferita aperta

A far esplodere la rabbia è stato l’ennesimo finale di stagione fallimentare. Squadra smarrita, tecnico lasciato solo, voci continue di smantellamento. Dopo l’addio di Maldini nel 2023, vissuto come un vero e proprio tradimento, molti tifosi avevano già cominciato a diffidare della proprietà americana. Ma in queste ultime settimane la misura è colma. “Siamo passati dal sogno Champions al dover giustificare bilanci. Ma il Milan non è un’azienda qualunque. È cultura, è identità, è una fede laica”, ci confida Carlo, 68 anni, che nel 1969 era a Madrid per la Coppa dei Campioni. “Chi viene qui solo per investire e guadagnare, deve andarsene. Punto”.

Nel mirino anche la gestione sportiva, ritenuta “disastrosa”. Le parole sono forti, ma sincere. “Hanno cacciato Maldini, hanno affidato il mercato a un algoritmo, hanno trasformato San Siro in un centro commerciale. Non si vince con i fondi d’investimento, si vince con il cuore”, tuona un tifoso con la sciarpa rossonera annodata sulla fronte.

Una passione che nessuna holding potrà spegnere.

“Ridateci il nostro Milan”

“125 anni di storia, e voi la trattate come un’app da monetizzare”. È questo il nodo del contendere. Per i tifosi, l’attuale proprietà non ha a cuore le sorti sportive e morali del Milan, ma solo il suo valore economico. “Quando parli con uno che ama il Milan, lo capisci subito”, ci dice Giulia, 31 anni, voce stanca ma fiera. “Quando parli con chi lo gestisce oggi, senti solo freddi numeri. E noi non siamo numeri”.

La richiesta dei tifosi è chiara, e oggi è stata gridata in ogni modo: Cardinale deve vendere, Scaroni deve andarsene. Serve una nuova guida, una nuova visione. Qualcuno che ami il Milan, prima ancora di volerlo dirigere. “Perché noi continueremo ad amare questi colori, anche se ci mandano in Serie C. Ma non staremo zitti mentre ci cancellano la dignità”, scrive su un foglio improvvisato un ragazzo giovanissimo, forse la testimonianza più potente che la fede rossonera non muore mai.

Il silenzio dei dirigenti

Nessuna risposta ufficiale è arrivata da Casa Milan. I vertici societari, chiusi nei loro uffici, hanno lasciato che la protesta si consumasse senza repliche. Un silenzio assordante, che ha solo acuito la distanza già evidente tra la società e il suo popolo. “Avrebbero potuto scendere, parlare, spiegare. Invece si nascondono. Ma noi torneremo, e non ci fermeremo finché non verrà restituita dignità a questa maglia”, dice Francesco, uno dei promotori del sit-in.

Per amore, non per odio

Non c’erano insulti fine a sé stessi. Non c’erano facinorosi. Solo milanisti veri, autentici, innamorati. Ed è questo che rende questa protesta così potente. È nata per amore, non per odio. Perché quando si ama davvero, non si può restare a guardare mentre ciò che si ama viene svenduto.

“Abbiamo pianto per Istanbul, abbiamo sofferto per i derby persi, abbiamo esultato per Atene e per Manchester. Ma questa sensazione, questo sentirsi traditi da chi dovrebbe custodire il nostro tesoro… è insopportabile”, ci dice Andrea, 51 anni, con gli occhi lucidi.

Oggi non è cambiata la classifica. Non è cambiata la rosa. Non è cambiato il futuro. Ma è cambiato qualcosa: i tifosi hanno parlato. Forte. Chiaramente. E nessun fondo d’investimento potrà ignorare questa voce troppo a lungo.

Perché il Milan non è una proprietà. È un popolo.

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