Correre contro l’aria: abbiamo testato in città la Salomon S/LAB Phantasm 3, la scarpa che sfida il vento

Esco di casa che è ancora mattina piena, traffico già vivo ma non ancora aggressivo. La città è il mio campo di allenamento oggi: asfalto liscio, semafori, marciapiedi larghi, qualche rettilineo dove lasciar correre le gambe. Ai piedi ho la Salomon S/LAB Phantasm 3, terza generazione della scarpa da competizione con piastra in carbonio della casa francese. Non un trail, non un parco: la porto dove è nata per dare il meglio, sull’asfalto urbano.

I primi passi sono quasi disorientanti. 199 grammi sotto al piede si sentono subito: la scarpa sparisce, resta solo la falcata. La tomaia “cache-cœur”, seamless, con la ghetta che copre i lacci fino alla caviglia, avvolge il piede come una seconda pelle. Nessun punto di pressione, nessun fruscio, nessuna distrazione. È una superficie continua, liscia, che sembra pensata non solo per contenere il piede ma per accompagnarlo nell’aria. E mentre corro, tra una rotatoria e un viale alberato, mi torna in mente che questa scarpa è stata sviluppata e testata in galleria del vento, come una bici da cronometro o una monoposto.

Allungo il passo. Ritmo sostenuto, da allenamento di qualità. L’intersuola con optiFOAM+ in PEBA, più morbida e reattiva, restituisce energia senza mai sembrare instabile. C’è più volume rispetto alla versione precedente, ma non c’è mai la sensazione di “affondare”. È un equilibrio sottile: comfort da scarpa moderna, risposta da scarpa racing. La piastra in carbonio energyBLADE, con la sua forma a cucchiaio, lavora in sinergia con il rocker aggiornato. La transizione è fluida, aggressiva quanto basta per invitarti a spingere, a non sederti mai sulla falcata.

In città il vento non è mai costante. Cambia direzione tra i palazzi, ti colpisce improvviso agli incroci. Ed è qui che la Phantasm 3 mostra la sua filosofia. La geometria dell’intersuola, con forme arrotondate e prive di spigoli, e la continuità tra tomaia e caviglia riducono le turbolenze. Non è qualcosa che “senti” in modo eclatante, ma è una somma di dettagli: la scarpa non frena, non oppone resistenza. Salomon parla di una riduzione della resistenza aerodinamica fino al 28%, e mentre tengo il ritmo su un lungo rettilineo urbano capisco cosa significa: meno dispersione, più economia.

Penso ai dati, inevitabilmente. Al fatto che il piede di un runner può muoversi fino a 40 km/h anche quando il corpo va molto più piano. Che a quelle velocità l’aerodinamica conta davvero. Che, secondo i test, la sola forma della S/LAB Phantasm 3 può valere fino a 18 secondi risparmiati in maratona a ritmi élite. Io non corro a 20 km/h, ma l’efficienza non è un concetto riservato ai professionisti: è quella sensazione di arrivare alla fine del tratto veloce con ancora voglia di spingere.

Dopo una mezz’ora abbondante, tra cambi di ritmo e asfalto che non perdona, la scarpa resta stabile. Il drop da 6 mm, con stack 39/33 mm nel rispetto del limite World Athletics, accompagna una corsa naturale, proiettata in avanti. È una scarpa che chiede qualcosa in cambio: tecnica, reattività, attenzione. Ma restituisce molto, soprattutto quando decidi di correre forte.

Rientro verso casa con le gambe vive e la testa leggera. La S/LAB Phantasm 3 non è una scarpa “per tutto”, e non vuole esserlo. È una scarpa da competizione pura, pensata dagli atleti e testata dagli atleti, validata in laboratorio e su strada. In città, tra semafori e raffiche di vento, ho avuto la sensazione di correre dentro un progetto ingegneristico raffinato, dove ogni dettaglio ha una funzione precisa.

Non ti promette miracoli. Ti promette efficienza. E quando l’asfalto scorre sotto i piedi e il ritmo sale, è una promessa che mantiene.

" Redazione : ."