Con l’anima in salita. L’attesa del Madruk Trail

Con l’anima in salita. L’attesa del Madruk Trail

di Mauro Pigozzo

C’è un momento preciso, sottile come un’alba sulle Prealpi, in cui l’attesa si trasforma in tensione. È quando i runner iniziano a contare i respiri, a pesare le gambe, a visualizzare i tornanti nascosti tra i boschi e le creste affilate del Monte Pizzoc. Non è ancora domenica, ma la gara è già cominciata. Il Madruk Trail inizia ben prima del via. Inizia nell’anima.

Lo sanno bene quelli che da mesi pianificano la propria primavera intorno a questa data: domenica 4 maggio 2025. Vittorio Veneto, cuore montano della Marca Trevigiana, accoglierà di nuovo una delle gare più amate e sentite del calendario internazionale. Una corsa, sì, ma anche un viaggio: tra natura, memoria, leggende e fatica. Il Madruk Trail non è solo un evento sportivo. È un rito collettivo.

Le gambe scalpitano, il cuore aspetta

Cammino in centro a Vittorio Veneto, nel silenzio del sabato pomeriggio. I negozi iniziano a esporre cartelli di benvenuto per i trailer. Le prime maglie tecniche si notano nei bar, nei ristoranti, nelle piazzette acciottolate. Vedi sorrisi tesi, zaini che odorano di salite, scarpe sporche di speranza.

L’attesa ha il volto degli atleti nordici arrivati dalla Svezia o dalla Norvegia, chiacchierano a bassa voce nel loro inglese educato mentre guardano il cielo sperando nella temperatura ideale. Ha l’accento ruvido dei romeni o l’entusiasmo rumoroso degli spagnoli. E poi ci siamo noi, italiani con la memoria piena di fango, dolori e tramonti, pronti a tornare sui nostri monti.

Il Madruk, per molti, è diventato un punto fisso. Come il Natale o il compleanno di un figlio. Lo aspetti, lo immagini, lo soffri. Anche quando sei fermo, senti che ti stai preparando. Lo percepisci nel corpo, che si stringe come un arco, e nella mente, che comincia a correre già prima delle scarpe.

I luoghi che camminano dentro di noi

Vittorio Veneto è una città che cammina. Lo fa nella sua storia, fatta di battaglie, di divisioni — quella tra Serravalle e Ceneda — ma anche di bellezza nascosta. Il Madruk Trail attraversa tutto questo: le pietre medievali di Serravalle, la salita antica verso Santa Augusta, la sacralità della Madonna della Salute. Qui ogni passo è un passo nella memoria.

Correre in questo angolo delle Prealpi Venete è come aprire un libro scritto dal tempo. Il bosco ti avvolge, ma poi si apre in panorami che ti mozzano il fiato — e non solo per la salita. I 27 chilometri della gara principale, con 1800 metri di dislivello positivo, sono un concentrato di tecnica e poesia. Il sentiero sale, strappa, piega. Poi respira.

E quando pensi che la fatica sia troppo, ti trovi davanti le Grotte del Caglieron, un luogo fuori dal tempo, dove l’acqua scolpisce la roccia e il silenzio parla. O più su, verso il Pizzoc, dove lo sguardo arriva fino al mare, se il cielo è generoso. Là capisci che non sei venuto solo per gareggiare. Sei venuto per sentire.

Re Matrucco e Augusta: la leggenda corre con noi

C’è una leggenda che accompagna ogni edizione del Madruk Trail. È quella di re Matrucco e di sua figlia Augusta. Un re pagano, un amore paterno feroce, una figlia cristiana che sceglie la fede e la libertà. Una fuga, una morte, una santità conquistata con il dolore. È una storia che si respira mentre si sale al santuario dedicato alla giovane martire.

Non è solo folklore. Per noi runner è metafora. Perché anche noi fuggiamo da qualcosa, inseguiamo qualcosa. Anche noi abbiamo i nostri “padri” interiori da cui liberarci: la paura, il giudizio, il bisogno di vincere. E ogni passo in salita è un atto di fede. In se stessi. Nella propria storia. Nella possibilità di cambiare.

Correre il Madruk Trail è come correre dentro una parabola. Si parte dal basso, si sale verso la luce, si scende trasformati. Non è solo sport, è una liturgia.

La magia della Short: 16 chilometri per cercarsi

Accanto alla prova regina c’è la “Short”: 16 chilometri e 930 metri di dislivello. Non è una gara minore, tutt’altro. È il Madruk in scala, concentrato come un caffè ristretto. Ideale per chi si affaccia al mondo del trail, o per chi vuole correre ma anche guardare, ascoltare, sentire.

Il bello è che puoi correrla anche in modalità non competitiva. E allora vedi gruppi di amici, famiglie, coppie. Gente che partecipa con lo stesso spirito di chi si incammina in un pellegrinaggio laico. Lo fanno per esserci, per respirare il bosco, per sentire il cuore battere nel petto e sapere che sono vivi.

E anche nella Short, il territorio ti parla. Ti prende per mano e ti racconta storie con la voce delle foglie, con l’odore della terra bagnata, con il fruscio dell’erba alta.

Un trail che educa

C’è una cosa che amo profondamente del Madruk Trail: il suo impegno ambientale. È una gara plastic-free, aderisce alla campagna “Io non getto i miei rifiuti”. Può sembrare un dettaglio, ma è un segnale fortissimo. Perché la montagna non si conquista, si rispetta. E chi corre tra i suoi sentieri deve saper lasciare solo orme. Nessuna plastica, nessun ego.

Il trail è anche questo: un’educazione alla lentezza, alla misura, alla gratitudine. Insegna che ogni borraccia riempita, ogni cartina piegata, ogni gel conservato fino al traguardo è un gesto di civiltà. E che l’unico segno che dobbiamo lasciare è un sorriso sul volto dei volontari.

Ecco, i volontari. L’anima silenziosa della corsa. Senza di loro il Madruk non esisterebbe. Sono quelli che si svegliano prima di tutti, che preparano i ristori, che segnano i percorsi, che danno una parola gentile anche quando sei a pezzi. Loro non chiedono nulla, ma donano tutto. E in quei gesti c’è la vera essenza dello sport.

Il giorno prima

Sabato sera. L’attesa è diventata quasi palpabile. I pettorali sono stati ritirati. Le scarpe sono lì, pronte. I calcoli sulla temperatura, sull’abbigliamento, sui grammi da portare nello zaino sono stati fatti e rifatti. I muscoli sono tesi, ma è la mente a girare a vuoto. È la vigilia, e tutto tace. Ma dentro, un uragano.

Ognuno ha i suoi riti. C’è chi fa stretching ascoltando playlist epiche. Chi scrive una frase sul palmo della mano. Chi cena con riso in bianco e silenzi. Chi guarda vecchie foto per ricordare perché corre. Io, come sempre, scrivo. Mi siedo, penso, e provo a mettere ordine tra le emozioni.

Mi chiedo cosa cerchiamo davvero, noi runner. Forse non la vittoria. Forse nemmeno il tempo. Forse cerchiamo un attimo di verità. Quel momento raro in cui tutto si allinea: fiato, gambe, cuore, paesaggio. E senti che sei nel posto giusto, al momento giusto. Che sei esattamente come dovresti essere.

Domenica mattina

E poi arriva. L’alba. L’aria è fresca, le montagne hanno quel colore tra l’indaco e il verde. I corridori si radunano. Si scambiano sguardi, pacche, silenzi. Qualcuno scherza. Qualcuno prega. È un mosaico di umanità.

Lo speaker chiama. Il countdown comincia. 10, 9, 8… E all’improvviso tutto sparisce: dubbi, dolori, pensieri. C’è solo il sentiero davanti. E un cuore che batte forte, più del cronometro. Non importa chi arriverà primo. Il Madruk lo vince chi riesce a sentirlo davvero.

Epilogo

Quando tutto sarà finito, resterà la stanchezza. Ma anche la gioia pura. Resteranno le foto, i racconti, i post condivisi. Ma soprattutto resterà quella voce interiore che ti dirà: ce l’hai fatta. Hai corso tra la bellezza. Hai scalato la tua piccola vetta.

E ti verrà voglia di tornare. Perché il Madruk Trail non è solo una corsa. È una casa. E chi ci entra, non se ne va più davvero.

" Redazione : ."