Cammino del Prosecco al contrario: due giorni tra vigne, amici e bollicine sulle colline UNESCO

Un racconto enogastronomico e di corsa tra Vittorio Veneto e Vidor, nei giorni della vendemmia

C’è un momento, lungo il Cammino del Prosecco, in cui il sentiero smette di essere solo una traccia su una mappa e diventa un legame vivo tra persone, storia e gusto. Per noi è accaduto quando abbiamo lasciato alle spalle Vittorio Veneto, zaini leggeri ma cuore carico, e abbiamo cominciato a camminare “al contrario”: verso Vidor, risalendo il percorso ufficiale che molti affrontano in senso opposto. Eravamo in cinque: io, giornalista enogastronomico e runner, e quattro amici che condividono la stessa follia per il vino e per i chilometri. Due giorni tra colline scolpite dal tempo e dall’uomo, tra grappoli colmi di zuccheri, tra cantine che profumano di mosto e ricordi, tra il respiro affannato delle salite e il tintinnio dei calici.

Il paesaggio vivo delle colline UNESCO

Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene non sono solo un paesaggio da cartolina: sono un patrimonio dell’umanità UNESCO, un “hogback” – così i geografi chiamano queste dorsali scoscese – modellato nei secoli da mani callose. I ciglioni inerbiti, quei terrazzamenti verdi che trattengono la terra e l’acqua, ci ricordano quanto l’ingegno contadino abbia saputo piegare la natura senza spezzarla. Camminare qui significa attraversare un mosaico: filari di Glera, boschetti, borghi minuscoli, casere abbandonate e, ogni tanto, il profumo del mosto che si insinua tra le foglie.

Seguendo le tappe al contrario – da Vittorio Veneto a Vidor – il dislivello complessivo di 2.265 metri sembra meno una cifra e più una promessa: che ogni salita ci regalerà un orizzonte più ampio. Lungo il sentiero CAI 100, tra Tarzo e Refrontolo, le viste verso la pianura veneta aprono il cuore: si intuiscono Venezia e il mare, lontani, come una pennellata azzurra.

Collagù, una notte tra storia e silenzio

A Collagù, antico luogo di lavoro contadino oggi trasformato in accogliente alloggio, abbiamo trovato riposo. Il portico di pietra, le travi annerite dal tempo, il profumo di legna e di mosto nell’aria: tutto parlava di stagioni passate, di mani che qui hanno vendemmiato quando noi non eravamo neppure pensieri. Cenare sotto un pergolato, ascoltando le voci lontane dei vendemmiatori che ancora, di notte, caricavano cassette d’uva, è stata un’esperienza quasi mistica. Il vino sulla tavola – un Extra Dry dai profumi floreali – era complice di risate leggere, di storie raccontate a bassa voce per non disturbare la collina addormentata.

Rive e bollicine: un viaggio tra Dry, Extra Dry e Brut

Fare il Cammino del Prosecco nei giorni della vendemmia significa vivere un’esplosione sensoriale. Ogni borgo è un invito: una cantina aperta, un bicchiere teso. Abbiamo deciso di analizzare con cura le diverse espressioni delle Rive – quelle sottozone che raccontano un singolo vigneto e un singolo paese – e di confrontare Brut, Extra Dry e Dry.

Le Rive sono il cuore dell’identità del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG. Degustarle lungo il cammino è come ascoltare accenti diversi della stessa lingua. La Rive di Farra di Soligo ci ha accolto con un Brut secco, minerale, dai profumi di mela verde e fiori bianchi: un sorso teso, ideale per chi, come noi, ama la verticalità, quella sensazione netta che pulisce il palato dopo un panino con sopressa e formaggio di malga.

Poco oltre, un’Extra Dry di Col San Martino ha svelato un’anima più morbida: note di pera e pesca bianca, una bollicina fine e una dolcezza appena percettibile. “Questo è il vino della convivialità”, ha detto uno dei miei amici, alzando il calice contro il sole del pomeriggio. In effetti, l’Extra Dry sembra nato per i brindisi allegri, quelli che non finiscono mai.

A Refrontolo, patria del celebre passito, ci hanno fatto assaggiare una Rive Dry: più abboccata, con sentori di mela cotogna e un finale che richiama la frutta matura. “Da dolci o da formaggi erborinati”, ha suggerito il produttore, e noi lo abbiamo provato quella sera, su un erborinato locale, scoprendo un equilibrio sorprendente.

La corsa dentro il cammino

Essere runner su queste colline è un privilegio. Anche se il Cammino del Prosecco si percorre a piedi, è impossibile non sentire il richiamo della corsa. Nelle prime ore del mattino, quando l’aria è fresca e il sole accende le creste, abbiamo corso per qualche tratto: passi veloci sul ciglione, il respiro che si confonde con il canto degli uccelli. La fatica delle salite – alcune con pendenze oltre il 20% – è stata ripagata dall’adrenalina della discesa verso la valle. Qui, più che mai, ho sentito la verità di quel vecchio detto dei trailer: “Si corre per sentirsi vivi, non per vincere”.

Vidor, l’arrivo che è un brindisi

L’ultima discesa verso Vidor ha il sapore dell’attesa. Il Piave scorre lento, le vigne si aprono in piani più dolci, e la vista del paese regala un senso di compimento. Nella piccola osteria vicino al ponte, abbiamo ordinato cinque calici: un Brut di Valdobbiadene, asciutto e vibrante, per chiudere il cerchio. Seduti al tavolo di legno, con le gambe stanche e i cuori pieni, abbiamo brindato alla strada percorsa e a quella che ci aspetta.

Analisi sensoriale: il mondo nelle bollicine

Per un enogastronomo, il Cammino del Prosecco è una degustazione itinerante. Ogni Riva esprime un microclima: il ciglione erboso trattiene l’umidità, l’esposizione al sole modella la maturazione dell’uva, il vento dalle Prealpi asciuga e concentra gli aromi.

  • Brut: meno zuccheri residui, gusto secco e lineare. Ottimo con formaggi freschi, pesce di lago, o semplicemente da solo, a fine camminata. La mineralità accompagna il sapore delle pietre su cui abbiamo posato i piedi.
  • Extra Dry: equilibrio perfetto tra freschezza e morbidezza. Si sposa con il clima di festa che regna tra i vigneti in vendemmia. Con un pezzo di sopressa o un piatto di bigoli al ragù di anatra diventa poesia.
  • Dry: la versione più morbida, con note fruttate intense. È il bicchiere che avvolge come un abbraccio, ideale per dessert alla frutta o formaggi sapidi.

Le Rive mostrano sfumature uniche:

  • Rive di San Pietro di Feletto: floreale e delicata, perfetta come aperitivo.
  • Rive di Guia: più complessa, con ricordi di erbe aromatiche e agrumi.
  • Rive di Collagù: elegante e setosa, probabilmente il sorso più emozionante del viaggio. Bevendola a pochi passi dal luogo in cui abbiamo dormito, è sembrato di assaggiare la collina stessa.

Memoria e futuro

Questo cammino non è solo turismo enogastronomico. Attraversa borghi dove le vecchie osterie custodiscono memorie di un tempo in cui il vino era un bene prezioso e la vendemmia una festa collettiva. Le Paralimpiadi di Cortina, imminenti, porteranno nuovi riflettori su queste montagne: l’auspicio è che l’accoglienza qui resti autentica, che le colline continuino a essere lavorate da mani che conoscono la terra, che le Rive restino piccoli gioielli e non solo brand.

Il brindisi finale

Mentre il sole calava dietro le creste e le ultime cassette d’uva venivano caricate sui trattori, abbiamo capito perché questo cammino si chiama “delle Colline del Prosecco”: perché ogni passo è un invito a rallentare, a respirare, a brindare. Due giorni, 51 chilometri, 2.265 metri di dislivello, decine di calici e centinaia di sorrisi: un viaggio che ha unito la corsa alla convivialità, la fatica alla bellezza, il vino alla memoria.

Se dovessi scegliere un’immagine da conservare, sarebbe quella del nostro gruppo seduto sui gradini di una chiesetta, bicchieri in mano, il vento tra i filari e Collagù che si illumina alle nostre spalle. Un ricordo che sa di Brut tagliente e di Dry morbido, di risate e di silenzi. Un ricordo che sa di Prosecco Superiore, delle sue Rive e del rispetto per queste colline patrimonio di tutti.

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