Tra le Rive del tempo
(Parte 1 di 5)
La strada si apre tra i colli come una linea d’inchiostro che disegna, curva dopo curva, la carta viva del Prosecco. È mattina presto quando arriviamo a Vidor: l’aria è sottile, impregnata del profumo delle vigne bagnate dalla rugiada. Davanti a noi, le colline sembrano onde ferme nel tempo, un paesaggio di equilibrio tra ordine e vertigine. Qui il vino non nasce soltanto da una pianta: nasce da una geografia che respira, da un gesto che si ripete da secoli.
Il viaggio comincia dalla cantina Adami, una delle colonne della storia spumantistica di queste terre. Fondata nel 1933, è come entrare in una cronaca viva della denominazione. I fratelli Armando e Franco hanno costruito un percorso di precisione e rispetto: vinificare ogni vigneto separatamente per ascoltarne la voce. Beviamo il Giardino Asciutto, Rive di Colbertaldo. Nel bicchiere è un equilibrio di grazia e struttura: la spuma è fine, cremosa, la fragranza floreale si intreccia con note minerali e un tocco di erbe di campo. L’impressione è quella di un paesaggio che si fa vino: fiori, sassi, vento. È il sorso che inaugura il nostro itinerario, e già capiamo che qui la parola “Riva” non è solo un’indicazione geografica, ma un frammento d’identità.
Lasciamo Vidor e ci addentriamo verso Farra di Soligo, dove la cantina Andreola custodisce un altro volto del Valdobbiadene. L’azienda, nata nel 1984, racconta la sintesi tra tradizione e tecnologia. Nei corridoi lucidi della cantina, tutto parla di equilibrio: l’acciaio e la terra, la memoria e l’innovazione. Assaggiamo l’Etichetta del Fondatore, un Extra Dry Rive di Santo Stefano. È un vino di precisione chirurgica e sensibilità poetica: glicine e biancospino al naso, poi mela, pera e pesca bianca. Il sorso ha una morbidezza setosa, ma resta verticale, slanciato, con una chiusura netta e asciutta. È la voce più gentile del Prosecco, ma anche la più sicura di sé.
Scendendo verso il Piave, la pianura si allarga e il paesaggio si fa più geometrico. Le colline restano alle spalle, ma la loro ombra accompagna ogni filare. A San Polo di Piave incontriamo la famiglia Facchin, custodi di un patrimonio che nasce dopo l’Unità d’Italia. Qui la tradizione del Prosecco convive con la potenza del Raboso, e il loro Malanotte del Piave Unno ci colpisce come un contrappunto: speziato, caldo, profondo, con un frutto scuro e denso che racconta il lato ombroso della pianura veneta. Poi torniamo al bicchiere bianco: il Prosecco Superiore Brut Millesimato 2024 ha un’anima diversa, più solare, di agrumi e fiori bianchi, asciutto e teso, come una corsa sull’erba dopo la pioggia.
Più a sud, la strada si arrampica verso Asolo, dove la DOCG più giovane ha trovato un suo linguaggio preciso e raffinato. L’azienda Asolo Manor Wine ci accoglie con un paesaggio che sembra uscito da un acquerello: viti ordinate su pendenze scoscese, boschi di castagni, un casale in pietra immerso nel silenzio. Qui, a 300 metri d’altitudine, la vite cresce su suoli rocciosi e drenanti, lavorati interamente a mano. Nel calice, il Figlio della Roccia Sui Lieviti è un vino che parla sottovoce: velato, con perlage fitto, profumi di zagara, scorza d’arancia e basilico. Il sorso è scattante, minerale, essenziale. Sembra quasi di bere la pietra da cui nasce.
Scendiamo verso Refrontolo, nel cuore di una collina che respira la storia del Conegliano Valdobbiadene. Lì c’è Astoria, la cantina dei fratelli Polegato, dove la modernità del marchio incontra un legame profondo con la tradizione. Le loro bottiglie, spesso scintillanti e riconoscibili nei bar e nelle enoteche, nascono qui, tra le rive dolci del Quartier del Piave. Il Casa Vittorino è un Brut teso e pulito, con profumo di mela e fiori bianchi; il Millesimato Extra Dry è invece più carezzevole, con la dolcezza leggera di un frutto appena maturo. In bocca, entrambi sono piacevoli, armonici, sapidi. Astoria è l’esempio di come il Prosecco possa essere al tempo stesso icona e identità, quotidianità e festa.
La giornata si apre su un cielo più chiaro mentre ci muoviamo verso San Pietro di Feletto. Qui, nella casa di Bepin De Eto, il tempo sembra essersi fermato in un’epoca contadina, ma la precisione dei vini racconta tutt’altra storia: una modernità silenziosa, quasi artigiana. Il Rive Rua di Feletto Extra Brut 2024 è il vino che scegliamo per la degustazione: un Prosecco dal profumo teso, di erbe fresche e agrumi, con un finale sapido e lungo. Le bollicine salgono come fili d’oro nel bicchiere, ordinate e continue. Ogni dettaglio sembra pesato, calibrato, senza eccessi. È la misura del Feletto, il modo in cui il paesaggio si fa eleganza.
Riprendiamo il viaggio verso Conegliano, cuore storico della spumantizzazione veneta. Nella cantina BiancaVigna, dei fratelli Moschetta, incontriamo una storia più recente ma già luminosa. Fondata nel 2004, è una delle aziende simbolo della sostenibilità nella DOCG: energia rinnovabile, certificazione CasaClimaWine, vigneti a basso impatto. Assaggiamo il Rive di Soligo Extra Brut 2024, che si presenta con un bouquet nitido di pera, mela verde e note mediterranee. In bocca è secco, nervoso, con una carbonica sottile che amplifica la freschezza. È un vino di precisione, di linee chiare, che parla di rigore e di luce.
La luce, appunto, diventa la protagonista quando torniamo verso Valdobbiadene. Nel borgo di Follo incontriamo Bisol 1542, una storia che affonda nel XVI secolo. Le loro colline sono tra le più ripide e spettacolari della denominazione, e ogni sorso porta con sé la memoria della fatica. Il Cartizze Dry 2024 è un tripudio di frutta matura e fiori d’acacia, un vino che abbraccia e consola, denso e luminoso insieme. Il Molera Extra Dry ha un carattere più agile, vibrante, quasi marino, mentre il I Gondolieri Brut sorprende con la sua leggerezza (solo 10% di alcol) e un profilo aromatico fine, di agrumi e mandorla. È l’eleganza del limite, la dimostrazione che anche nella delicatezza più estrema si può trovare una forza espressiva.
Scendiamo a Susegana, dove la tenuta Borgoluce ci accoglie con una visione agricola più ampia. Non solo vino, ma anche allevamenti, campi, energie rinnovabili: un ecosistema. Qui, la vite è una delle tante voci del paesaggio. Il Rive di Collalto Extra Brut 2024 ha una complessità rara: fiori bianchi, mela verde, un accenno di mughetto, un corpo equilibrato e persistente. L’Extra Dry Rive di Collalto è più ampio, più fruttato, ma sempre coerente, mentre il Brut si gioca tutto sulla freschezza, sull’equilibrio dinamico tra acidità e morbidezza. Borgoluce è un esempio di come il vino possa essere parte di una filosofia di territorio, non solo di mercato.