Il soliloquio di Gotham: la follia come rumore bianco nelle strade di New York. Tra allucinazioni a voce alta e abissi chimici: chi sono gli “invisibili” che urlano contro i grattacieli e perché la nostra mente ha imparato a cancellarli.Il soliloquio di Gotham: la follia come rumore bianco nelle strade di New York.

NEW YORK – Se New York è una sinfonia, il grido improvviso di un uomo sporco all’angolo della 42esima è la sua nota stonata, quella che tutti sentono ma che nessuno vuole ascoltare. Li chiamano “i matti della strada”, ma la definizione è un velo pietoso steso sopra una realtà complessa fatta di malattia mentale cronica, abbandono istituzionale e le nuove, devastanti frontiere delle droghe sintetiche come il fentanyl o la xylazina (la cosiddetta “droga dello zombie”).

L’anatomia del disturbo: tra psicosi e sostanze

Chi sono le persone che vediamo gesticolare nel vuoto o indossare strati di vestiti assurdi sotto il sole di luglio? In molti casi, si tratta di soggetti affetti da schizofrenia o disturbi bipolari gravi che, a causa di un sistema sanitario frammentato, sono scivolati fuori da ogni rete di assistenza. Il loro “parlare da soli” è spesso una risposta a allucinazioni uditive vivide: non stanno parlando con noi, ma con i demoni di un mondo interiore che la chimica del cervello ha reso reale.

A questi si aggiungono i naufraghi delle nuove dipendenze. Le droghe attuali hanno effetti neurologici che mimano la follia: movimenti scattosi, perdita di contatto con la realtà, posture innaturali. Il risultato è una figura ibrida, un “folle-tossico” che abita lo spazio pubblico come un fantasma in un corpo che non risponde più ai comandi.

La reazione della folla: la paura del “Nucleo Imprevedibile”

Perché la gente li evita con tanta determinazione? La psicologia ci insegna che l’essere umano è terrorizzato dall’imprevedibilità. Un uomo che urla nel mezzo di Times Square rompe il “contratto sociale” di reciproca indifferenza che permette a New York di funzionare.

Quando vediamo qualcuno muoversi in modo caotico, la nostra amigdala (il centro del cervello dedicato alla paura) lancia un allarme rosso. Temiamo l’esplosione di violenza, anche se statisticamente queste persone sono più spesso vittime che carnefici. Il “passare via veloci” è un istinto di sopravvivenza: neghiamo l’esistenza del problema per non dover gestire l’angoscia che quella fragilità estrema ci provoca. È una forma di dissociazione collettiva.

Il “Non-Luogo” dell’invisibilità

Indossare vestiti stravaganti o accumulare oggetti inutili è spesso l’ultimo tentativo di queste persone di affermare un’identità in una città che le ha già cancellate. In un mondo che non li vede, essere “strani” è un modo per dire “io esisto”, anche se il prezzo è l’ostracismo sociale.

Ma la società newyorkese ha sviluppato una sorta di “cecità selettiva”. Per non impazzire davanti al dolore costante, i passanti de-umanizzano involontariamente il malato. Diventa parte dell’arredo urbano, come un idrante o un lampione rotto. Questa indifferenza è una ferita narcisistica che peggiora le condizioni del malato: la mancanza di contatto visivo accelera il processo di disintegrazione dell’io.

Il paradosso della metropoli

New York offre tutto a chi ha successo, ma non offre nulla a chi perde la bussola della ragione. Il contrasto tra il manager che corre verso Wall Street e il malato che urla la sua disperazione sulla stessa linea della metro è l’immagine definitiva della nostra epoca.

Dietro quelle urla non c’è solo follia, c’è il fallimento di una comunità che ha scelto di considerare la salute mentale come un problema di ordine pubblico e non come una responsabilità collettiva. Finché continueremo a chiamarli “matti” per non chiamarli “fratelli”, quel soliloquio all’angolo della strada continuerà a essere l’eco inquietante della nostra stessa indifferenza.

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