IL FANGO, LA PIOGGIA E LE TERRE ROSSE. STORIA DI UN TRAIL CHE DIVENTA EPICA AVVENTURA

Non chiamatelo semplicemente fango. Quello che si attacca alle scarpe, che s’insinua tra le calze e trasforma ogni discesa in un brivido ghiacciato è una vera e propria memoria geologica fatta di ferro e argilla. È il rosso del Montello, una terra antica che la pioggia battente del 25 gennaio ha trasformato in un labirinto liquido e spietato, mettendo a dura prova i mille atleti che hanno polverizzato i pettorali disponibili per questa quinta edizione. Quando sono partito alle 9 dal piazzale della Birreria Aldamida’s a Volpago, sapevo che i 15 chilometri del percorso medio non sarebbero stati una passeggiata, nonostante i 550 metri di dislivello positivo potessero apparire, solo sulla carta, un semplice riscaldamento.

Il Montello, del resto, non è una montagna che si concede in modo didascalico; è una collina che non regala nulla, dove il dislivello si accumula a colpi di strappi improvvisi e cambi di ritmo su single track che mordono le gambe senza concedere tregua. Lungo il tracciato del percorso lungo da 27 chilometri, che arriva a contare ben 1.100 metri di dislivello, la selezione è stata ancora più dura, scandita dal passaggio obbligatorio al cancello orario del dodicesimo chilometro entro le 11:30. È una gara inclusiva ma non indulgente, dove il limite massimo di cinque ore per tagliare il traguardo racconta bene lo spirito di una sfida accessibile a molti, ma mai realmente addomesticata.

Appena immersi nel bosco, l’odore della pioggia è stato sopraffatto da quello selvatico dell’aglio orsino, un profumo pungente che contrastava con il rosso acceso del suolo, diventato ormai un unico grande lago di melma. Ho visto giganti del trail scivolare a terra come bambini su un vetrato, rialzarsi con una risata e una maschera di fango sulla faccia, e ripartire senza esitazione. In questo scenario dantesco, a metà percorso, una piccola valanga di terra smossa ha parzialmente invaso il sentiero, costringendoci a un esercizio di equilibrismo puro per non finire a terra. Qui il grip non è solo un consiglio tecnico, ma un prerequisito morale: senza le scarpe adatte, il Montello ti respinge.

In questa domenica di fatica, i veri eroi sono stati i volontari dell’ASD Gruppo Podistico Povegliano. Fradici quanto noi, hanno presidiato il bosco con un’energia contagiosa, pronti a urlare un incitamento o a porgere un ristoro. La loro presenza è stata fondamentale per far rispettare il patto ecologico della gara: una manifestazione rigorosamente plastic-free dove ogni atleta deve portare con sé il proprio bicchiere o borraccia. Chi getta rifiuti viene squalificato senza appello, perché qui il bosco non è una scenografia ma un ecosistema che chiede rispetto e coerenza. Persino il pacco gara riflette questa sobrietà: nessun gadget tecnico inutile, ma solo i servizi essenziali, una medaglia finisher e il sapore di un’impresa autentica.

Arrivare al traguardo di questa quinta edizione, pesanti per i chili di terra rossa accumulati ma leggeri nello spirito, permette di comprendere la lezione più antica di questa collina: l’andare avanti non è mai lineare, ma è fatto di continui aggiustamenti e resilienza. Non abbiamo cercato record personali, ma una relazione onesta con il terreno e con gli altri atleti, uniti dall’emozione di una giornata che non prometteva spettacolo ma verità. È stato stupendo proprio perché duro e senza fronzoli; è stato, in ogni singolo centimetro, trail vero. Perché il rosso della terra del Montello, quando ti entra sotto le scarpe e dentro l’anima, non lo dimentichi più.

Come la birra al traguardo, meritata, quasi più della medaglia.

(Buona anche la pasta coi fagioli, sia chiaro… Ma vuoi mettere la birra al caldo?)

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