Il blocco Inter in Nazionale: da ingiocabili a scudisciati nel giro di novanta minuti

C’è un’immagine che racconta più di qualsiasi analisi tattica, più di qualsiasi dichiarazione post-gara, più di qualsiasi tentativo di Rino Gattuso di arrampicarsi sugli specchi con il bicchiere mezzo pieno. È lo sguardo smarrito dei cinque interisti schierati come colonna portante di questa Nazionale, quella che avrebbe dovuto portare garra, personalità, spirito vincente… e che invece, sotto il cielo gelido di Milano, si è sciolta come una granita dimenticata al sole. Il blocco Inter, quello che a San Siro danza sulle macerie degli avversari, con l’Italia è finito a fare tappezzeria nel palcoscenico sbagliato, travolto da una Norvegia che per lunghi tratti ha avuto la cortesia di non infierire.

È qui che il paradosso si fa irresistibile: GLI INGIOCABILI, gli intoccabili, il nucleo che dovrebbe trainare la Nazionale, sembravano più intimiditi da Ødegaard e Haaland che da una riunione condominiale alle otto del mattino. Gambe molli, idee confuse, contrasti molli come biscotti sciolti nel latte. E mentre il commissario tecnico si affannava a spiegare che il primo tempo “aveva dato segnali buoni”, la metà del pubblico italiano stava ancora cercando di capire quale partita avesse visto. Forse un’amichevole del 2010? Un file sbagliato di YouTube? O la proiezione onirica di un Gattuso che non accetta di vedere il suo gruppo preso a pallonate da chiunque mostri un minimo di intensità?

Il sospetto, ormai, è che la Nazionale abbia importato dal campionato non solo il talento, ma anche la comodità. Con la pancia piena, alcuni dei protagonisti nerazzurri hanno pensato che bastasse la maglia per far cadere gli avversari dalla paura. Ma quando i norvegesi, dopo essersi scaldati le caviglie, hanno deciso di giocare sul serio, è bastato un colpo d’aria – letteralmente – per farci finire gambe all’aria. Il tutto, mentre i nostri “giganti” nerazzurri cercavano di capire a chi toccasse rincorrere l’ennesimo contropiede, con la stessa energia di chi deve decidere chi porta giù la spazzatura.

La realtà, per quanto amara, è semplice: il blocco Inter non ha portato leadership, non ha portato killer instinct, non ha portato sicurezza. Ha portato un’illusione. Un’aura di superiorità che si sgretola appena si esce dal campionato italiano, dove giocatori fisici e diretti come i norvegesi ti guardano e pensano: “Ma questi davvero fanno?”. La risposta, purtroppo, è sì. E fanno anche peggio quando provano a reagire.

Il problema non è la sfortuna, non è il ranking Fifa, non è la geopolítica UEFA. È che abbiamo giocatori abituati a dominare tra le mura di casa, ma incapaci di reggere il confronto quando la palla pesa e l’avversario corre il doppio. L’Italia non viene punita da un destino crudele: si punisce da sola, ogni volta che pensa di poter vivere di rendita. E la presenza massiccia di nerazzurri non ha portato gli anticorpi necessari, anzi: ha peggiorato la fragilità di un gruppo che, al primo soffio di vento, si affloscia come un palloncino bucato.

Così siamo riusciti nell’impresa di far sembrare la Moldavia un ostacolo insormontabile, di complicarci la vita con Estonia e Israele, di entrare in un girone difficile non per sfortuna, ma perché la Germania ci aveva già fatto a pezzi nei quarti di Nations League. E ora? Ora tutti a pontificare, a cercare alibi, a tirare fuori la retorica della rinascita, della nuova marcia, del “ce la faremo”. Ma la verità è che se l’Italia continua a scendere in campo con questo atteggiamento da gita scolastica e un blocco Inter che in azzurro sembra un gruppo di reduci spaesati, a marzo saremo nella stessa situazione del 2017 e del 2021: davanti alla tv, con il telecomando in mano, a parlare di rifondazione.

Il calcio è spietato, soprattutto quando smette di credere alle narrazioni. E la nostra, ormai, fa acqua da tutte le parti. Non serve il “ringhio” evocato da Gattuso, non servono grida da spogliatoio o slogan patriottici. Serve talento vero. Serve corsa. Serve intensità. Serve qualcuno che, una volta in campo, non guardi l’avversario come se fosse un alieno, ma lo attacchi con la fame che dovrebbero avere i campioni.

Perché la verità, nuda e cruda, è questa: cinque interisti in Nazionale non fanno una squadra. Fanno un promemoria. Che non siamo più quelli di una volta. E che il Mondiale, a questo passo, lo vedremo ancora da lontano. Molto lontano.

" Redazione : ."