Il blocco Inter, da “ingiocabile” in campionato a irriconoscibile in Nazionale: a San Siro gli eroi nerazzurri hanno giocato contro… l’Italia

C’è qualcosa di profondamente grottesco nel constatare che la disfatta dell’Italia contro la Norvegia sia andata in scena proprio a San Siro, il tempio nerazzurro dove l’Inter si autoproclama “squadra ingiocabile”, squadra di semidei che, a detta dei loro tifosi, potrebbe tranquillamente partecipare alla Premier League e dominare pure lì. Peccato che, quando cinque pezzi della stessa corazzata vengono infilati nella maglia azzurra, la magia scompare, l’aura evapora, e quel che rimane è l’eco di un’illusione che si schianta fragorosamente contro la realtà.

Il “blocco Inter” di Nicolò Barella, Alessandro Bastoni, Federico Dimarco, Francesco Pio Esposito e Davide Frattesi non è stato soltanto insufficiente: è stato deleterio. Altro che ingiocabili: per come hanno interpretato la partita, sembravano più “inguardabili”. E proprio a San Siro, davanti a un pubblico che conosce i loro pregi e difetti meglio della carta d’identità.

E allora vale la pena raccontarla così, giocatore per giocatore, questa farsa che ha messo in difficoltà un’intera Nazionale.


Nicolò Barella
Il motorino inesauribile dell’Inter, quello che a Milano corre come se avesse batterie al litio, in Nazionale si è presentato come se quelle batterie gliele avessero sostituite con delle vecchie stilo già mezze scariche. Passaggi frenati, idee confuse, contrasti molli. Il pubblico di San Siro continuava a urlare “Dai Nico!”, ma Nico sembrava sentire solo l’eco dei propri affanni. E gli interisti, che lo considerano l’incarnazione della mezzala perfetta, hanno dovuto assistere alla versione sbiadita del loro beniamino.

Alessandro Bastoni
Dicono che sia il miglior difensore italiano. Forse sì, ma solo quando a coprirgli le spalle ci sono compagni che parlano la stessa lingua tattica. In maglia azzurra, invece, Bastoni è apparso lento, macchinoso, spesso sorpreso da movimenti elementari degli attaccanti norvegesi. Se la difesa dell’Italia fosse un tavolo, Bastoni – quello che dovrebbe essere la gamba robusta – ieri oscillava come un trespolo con una vite allentata. E gli interisti, che lo proclamano erede dei grandi difensori del passato, stavolta hanno preferito non commentare.

Federico Dimarco
Il mancino raffinato, quello delle punizioni disegnate col compasso e delle sovrapposizioni supersoniche. Ma in Nazionale, a San Siro, la mano del compasso tremava. Cross sbagliati, diagonali difensive dimenticate, un paio di sgasate sterili e tanta confusione. L’incarnazione perfetta del concetto “quando cambia la maglia, cambia l’efficacia”. Il popolo nerazzurro lo immagina come un predestinato: ieri è sembrato più un turista spaesato che chiedeva indicazioni per trovare la linea del fuorigioco.

Francesco Pio Esposito
Il nuovo gioiello da esaltare, il prodotto del vivaio che deve diventare erede di Lukaku, di Icardi, di Lautaro. Ma a San Siro, contro la Norvegia, sembrava più un ragazzo mandato avanti troppo presto, troppo in fretta, troppo esposto. Inconsistente nei duelli, poco coordinato nelle scelte, mai realmente pericoloso. Un destino inevitabile quando ci si trova a recitare un ruolo più grande della propria ombra. La curva interista lo difenderà comunque a spada tratta, naturalmente: e guai a dir loro che forse qualche step di crescita serviva ancora.

Davide Frattesi
Il re delle incursioni, il centrocampista che “si inserisce come nessuno in Italia”, l’uomo che nel derby si trasforma in cannibale. Ieri, invece, si inseriva… nel nulla. Corse a vuoto, tempi sbagliati, palloni persi con leggerezza imbarazzante. L’idea che Frattesi potesse cambiare il ritmo all’Italia si è dissolta dopo cinque minuti, lasciando spazio a una prestazione piatta come un lago alpino d’inverno. Anche qui: gli interisti giurano che “non è colpa sua, non è nel suo ruolo”. Ma questa scusa vale fino a un certo punto.


Il risultato? Cinque interisti, cinque delusioni. Cinque elementi teoricamente trainanti che hanno invece trascinato l’Italia nel buco. A San Siro, nel loro regno, davanti ai loro tifosi. Ed è proprio la tifoseria nerazzurra la più colpita: quella che fino alla vigilia dispensava meme sulla “superiorità genetica” del gruppo Inzaghi, e che oggi deve fare i conti con una serata in cui i propri beniamini hanno offerto la versione beta, se non addirittura la demo difettosa.

La verità è dura da accettare, ma è lì, nuda: l’Inter in campionato può anche essere “ingiocabile”, ma l’Italia, con il blocco Inter, è stata immediata-mente giocabile. Per la Norvegia, per chiunque abbia un minimo di intensità, per chiunque sappia correre e mettere addosso un po’ di pressione fisica.

E allora basta scuse, basta alibi, basta lamentele su ranking, sorte, ingiustizie arbitrali, calendari planetari. La realtà è questa: se il cuore della Nazionale è composto dai giocatori della squadra che domina il campionato, ma che in azzurro si scioglie alla prima folata, allora il problema non è il sistema. È la presunzione. La presunzione di pensare che basti il nome, la maglia, la narrativa, per reggere il confronto internazionale.

A marzo si deciderà il destino dell’Italia. Ma se il blocco Inter dovesse riproporsi così com’è, ingiocabile lo diventeremo noi… per il Mondiale. Perché lo vedremo in tv. Di nuovo.

" Redazione : ."