Gianna, l’enogastronoma (quasi) zen: cronaca di un pranzo disastroso salvato da Mauro ed Elena

Gianna, enogastronoma appassionata e implacabile, quella domenica si era lasciata convincere a provare un ristorante “alla buona”. Un posto semplice, genuino, con l’immancabile cartello all’ingresso: MENU FISSO 15 EURO – TUTTO COMPRESO. Un monito, per una come lei, più che una promessa. Ma era in compagnia di Mauro ed Elena, spiriti brillanti e ottimisti, quindi decise di rischiare.

Le bastò sedersi perché il primo brivido tecnico le percorresse la schiena: la tovaglia di carta. Non una semplice tovaglia, ma un rotolo idraulico steso sul tavolo, di quelli che — a ogni movimento — frusciano come un sacco dell’umido. Gianna la toccò con due dita, come si sfiora un animale mai visto, chiedendosi se fosse biodegradabile o eterna come i peccati del ristoratore.

Arrivò il primo: risotto del giorno.
Del giorno prima, presumo, pensò lei.
Scottissimo, coeso come malta da muratore, privo di qualsiasi identità aromatica. «Almeno è abbondante» tentò Mauro, sempre diplomatico. «Sì, perché pesa» ribatté Gianna, che iniziava a temere che il menu fisso includesse anche un ricovero.

Il secondo prometteva meglio: arrosto con erbette di stagione. Le erbette c’erano, ma sembravano aver perso la parola. Zero sale, zero personalità, zero speranza. «Queste non sono erbette» borbottò Gianna, «queste sono verdure in punizione che non hanno studiato».

L’arrosto, tutto sommato, si impegnava: tenero sì, ma con un vago retrogusto di “padella stanca”. Nulla di grave, ma abbastanza da far alzare a Gianna un sopracciglio che valeva un editoriale.

Il vino della casa arrivò già versato, misteriosamente rosso ma con l’anima da acqua minerale. Non male, non bene… semplicemente , come un invitato che nessuno ricorda di aver chiamato. Gianna lo annusò, lo guardò controluce, poi disse: «È un vino sincero».
«In che senso?» chiese Elena.
«Nel senso che non finge di essere buono».

E poi, il caffè.
La tazzina col fondo.
Con tracce visibili di vite precedenti. Una stratificazione geologica che avrebbe fatto la felicità di un archeologo. «Beh… almeno è caldo» disse Elena.
«Sì, come la lava» corregge Gianna, che iniziava a capire perché il menu fisso non prevedesse alternative.

Eppure, a metà del pranzo, accadde qualcosa di sorprendente. Non nel piatto, lì ormai Gianna aveva perso ogni fiducia, ma attorno al tavolo.

Mauro con le sue battute riusciva a rendere persino la tovaglia di carta un elemento comico degno di teatro. Elena, con quella risata limpida e autentica, trasformava il riso scotto in un aneddoto, le erbette sciape in un racconto di vita, il vino mediocre in un motivo per brindare comunque.

Tra una critica e l’altra, Gianna si ritrovò a ridere. A ridere davvero.
Il menu fisso, con tutte le sue fragilità gastronomiche, si scioglieva nella luce della compagnia giusta.

Quando si alzarono da tavola, Gianna realizzò che non avrebbe scritto nessuna recensione al vetriolo, non quel giorno. Perché sì, il caffè era discutibile, il vino esitante e il risotto punibile con il codice penale, ma la compagnia…
La compagnia era perfetta.

E mentre uscivano dal ristorante, Gianna sospirò:
«Però, giuro, il riso scotto nel menu fisso… quello non glielo perdono».
E si mise a ridere, allegra, già pronta al prossimo disastro culinario — ma solo se con Mauro ed Elena al suo fianco.

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