Comelico: un weekend tra silenzi alpini, sapori veri e racconti di confine


Maggio in punta di piedi

Il Comelico a maggio ha una voce bassa. Parla piano, con l’accento dolce delle sue valli umide, i ruscelli pieni d’acqua e il cielo che si schiarisce solo a tratti, come un sorriso timido tra le nuvole. Non è stagione di folle e selfie, questa. È il mese in cui i montanari controllano i tetti delle malghe, gli animali lasciano le stalle e i sentieri cominciano a sgelare. È il tempo giusto per chi cerca il passo lento, la compagnia giusta e una fetta di torta vera dopo una camminata. Il tempo dei viaggiatori e non dei turisti.

Io ho scelto di andarci in un fine settimana lungo, una fuga di tre giorni tra il venerdì e la domenica. L’idea era rigenerarmi. La realtà è stata che il Comelico, silenzioso e autentico, ha fatto molto di più: mi ha riconnesso alle cose semplici. Vi racconto come.


Venerdì – Presenaio, Malga Dàgnes e una storia da ascoltare

Arrivo a Presenaio che è mattina inoltrata. La strada da Santo Stefano di Cadore è breve ma sembra portare in un altro mondo. Il piccolo paese si appoggia al fianco della montagna come se ci fosse cresciuto assieme, e lo si capisce subito che qui la modernità ha bussato piano, trovando porte aperte ma cuori resistenti.

Daniel, il giovane titolare dell’Airbnb, mi accoglie con semplicità. Mi lascia le chiavi, due dritte sui percorsi, e un consiglio: “Vai a mangiare da Claudia, su a Malga Dàgnes. Dì che ti mando io.”

La salita verso la malga è breve, ma intensa. Qualche curva, un po’ di sterrato, poi si apre la radura. Il panorama è quello che ti lascia in silenzio: prati smeraldo, boschi di abete e larice, e sullo sfondo le Dolomiti che qui si fanno più severe, più vere. Ma sono i padroni di casa ad accogliermi con calore. Certo, Vaia ha lasciato i suoi segni. Ma cerchiamo di guardare al bello.

Claudia mi viene incontro con un sorriso e tre cani al seguito: Atos, Nebbia e Zuma. Tre nomi, tre caratteri. Atos, ancora un cucciolone, irrequieto. Nebbia è una nuvola di pelo bianco, un gigante buono e coccolone che dorme ai nostri piedi. Zuma è una dolce pastore femmina, la gioia fatta coda. Tra le loro zampe si muove Leone, il gatto più regale del Comelico, bianconero e sornione. Sta sopra il tavolo della terrazza come fosse il re del maso.

A tavola, Claudia racconta. Della sua famiglia, che da poco più di un anno custodisce i segreti dell’alpeggio. Della fatica e della bellezza di vivere lassù, in alto. Dei mesi estivi tra mucche e formaggi, delle ricette tramandate. E dei piatti che cominciano ad arrivare: speck e affettati, formaggi di malga dal gusto pieno, le tagliatelle fatte in casa col ragù di animali che conosce per nome, e poi la regina: la panna cotta. “La facciamo con il nostro latte. E basta. Niente bustine, niente gelatine strane. Solo latte, panna e un pizzico di vaniglia.” È dolce e leggera, un finale perfetto.

Claudia mi spiega anche le “regole” del Comelico: non leggi scritte, ma accordi antichi tra famiglie per la gestione dei pascoli, dei boschi, dell’acqua. Un sistema collettivo che resiste da secoli. “Qui si lavora insieme. O si cade.” Lo dice con una semplicità che pesa come una verità profonda.

Rientro a Presenaio nel pomeriggio, con il sole che gioca a nascondino tra le nubi. Mi prendo una pausa nella stanza ordinata e profumata di legno dell’Airbnb di Daniel. Poi esco per una passeggiata serale lungo il sentiero che scende verso il torrente. La sera arriva fresca, limpida. Dormo in profondità.


Sabato – Sorgenti del Piave, Col di Caneva e le stelle del Monte Zovo

La giornata inizia presto, con uno zaino leggero e una voglia matta di camminare. Salgo in macchina verso le sorgenti del Piave. La strada si fa sempre più stretta, il bosco sempre più fitto. Poi, all’improvviso, lo spiazzo. Lì, sotto la croce del Monte Peralba, nasce il fiume sacro alla patria. Una piccola pozza d’acqua, limpida, circondata da cippi e memorie. Cammino in silenzio, rispetto il luogo.

Proseguo poi verso Col di Caneva, un angolo poco conosciuto e magnifico, sotto la mole severa del Peralba. È come essere sotto un mondo rovesciato: pareti verticali, cielo stretto, aria sottile. Mi fermo a lungo, bevo dal ruscello. Pochi passi e nessuno intorno. Solo marmotte, e vento.

La fame comincia a farsi sentire e la direzione è chiara: Rifugio Rododendro. Qui, in una radura incantata, mi accoglie una stufa accesa e profumo di cucina vera. Frico croccante, canederli in brodo e salsiccia arrostita con polenta. Un pranzo da montagna, semplice e potente.

Nel pomeriggio scendo verso Sappada. Mi fermo al vecchio mulino, ancora funzionante, dove un anziano mi racconta dei tempi in cui si macinava orzo e segale per tutto il paese. Poi seguo la pista ciclabile che collega i borghi: Muhlbach, Cima Sappada, Fontana. Case in legno, balconi fioriti, fontane scolpite. Un museo a cielo aperto.

La sera decido di salire sul Monte Zovo, una delle terrazze più belle del Comelico. Lo faccio a piedi, con calma. In cima, tra i pini e i larici, trovo il totem realizzato da un artista locale: una scultura di legno che indica le stelle. Aspetto il buio. Quando arriva, è perfetto. Il cielo si accende di costellazioni, la Via Lattea è una spazzolata di luce. Resto in silenzio. Il Comelico ti insegna anche questo.


Domenica – Padola, i sentieri dei mestieri e un pranzo al Rifugio Lunelli

Ultimo giorno. Mi sposto a Padola, il cuore del Comelico Superiore. Qui inizio il sentiero dei mestieri: un percorso tematico che racconta con installazioni e pannelli le attività tradizionali del luogo. C’è il boscaiolo, il casaro, il carbonaio. Ogni curva è una scoperta.

Proseguo con il sentiero della musica. Piccoli strumenti in legno, spartiti da ascoltare col vento, sedute che sembrano chiavi di violino. Il bosco suona. Cammino a lungo, fino a sentire la fame che torna puntuale.

La meta è il Rifugio Lunelli, un altro luogo autentico, dove l’accoglienza è parte del paesaggio. Qui pranzo all’aperto: tagliere di salumi, gnocchi di ricotta con burro fuso, e una fetta di torta alle noci fatta in casa. Guardo le montagne, che sembrano più vicine. Forse perché ora le sento dentro.


Comelico, un ritorno alle origini

Riprendo la strada verso casa nel pomeriggio. Il Comelico si allontana lentamente, ma resta. Non è un posto da cartolina: è un luogo da vivere, da ascoltare. A maggio, senza fretta, tra una nuvola e un raggio di sole, regala il meglio di sé.

Tre giorni sono bastati per sentirmi diverso. Rigenerato, nel corpo e nello spirito. Il Comelico è così: ti prende piano e ti lascia pieno.

E sì, ci tornerò. Con le gambe più forti e il cuore più leggero.

" Redazione : ."