ritornerò, ma poi ripensandoci mi è venuto in mente il “Rompi la gabbia” ( qui inteso come gabbia mentale) un capitolo del libro Contro le Mostre di Montanari e Trione, Einaudi 2017, il quale mi ha riportato in carreggiata. Conoscendo il duetto dei professori G. Baldo e S. Cecchetto, fra l’altro componenti del comitato scientifico della mostra, i quali hanno fatto girare nel Veneto la collezione della Cassa di Risparmio estendendola e integrandola a seconda del titolo presso gli Enti Locali che ospitavano l’esposizione, ho avuto uno squillo d’allarme critico che mi ha fatto spostare l’attenzione sul come la mostra è prodotta più che sul come si presenta. Ora siamo qui al Palazzo Vescovile, presso il Distretto Turistico del Veneto Orientale, con la mostra Artisti alle Biennali 1900-1960. Già il titolo presenta un’ambiguità in quanto molti sono stati gli artisti presenti alla Biennale di Venezia per cui ogni “curatore”, o organizzatore di mostre, può scegliere un percorso, o indicare una scuola, o che altro gli giri per la testa. Inoltre, a detta dello stesso Curatore, non tutte le opere della mostra sono state presenti in Biennale in quanto c’era bisogno di “impinguare” dando dimensione godibile alla mostra stessa. Pertanto vi sono più opere di qualche autore mentre altri sono presenti con una unica opera come mi pare per Gino Rossi e Pio Semeghini della scuola di Burano, con la presenza di più opere si sarebbe potuto linguisticamente dare maggior luce sulle loro esperienze post impressioniste. Il sottotitolo della mostra dice: Dialoghi e Silenzi nella Pittura fra Ottocento e Novecento. Ebbi modo di sostenere in un mio libretto che che la parte più interessante di un secolo si svolge nella metà del secolo stesso in corso, cosciente che la fine del secolo si prolunga nelle decadi successive del nuovo. La storia degli uomini e dello spirito non segue l’orologio di un tempo scandito, ma il flusso del tempo di Henri Bergson, per cui se i dialoghi ci sono, sono dialoghi a distanza. Si è parlato del poeta Diego Valeri il quale sosteneva che il vedutismo veneto dei Ciardi, Milesi e Fragiacomo era pari all’Impressionismo. Asserzione interessante, ma non dimostrata in mostra perché senza confronto; fra l’altro già sostenuta da Zandomeneghi veneziano fra gli impressionisti francesi ( nel 1914 la Biennale gli dedicò un’esposizione) e Diego Martelli, critico che faceva la spola fra Parigi e la maremma dei Macchiaioli. Di tutto questo nulla. Dialoghi con chi allora? con il Gruppo del Fronte delle Arti? cioè Vedova, Santomaso e Pizzinato eredi di un cubofuturismo? oppure con la novità dello Spazialismo il di cui Manifesto è del 1947 in Rio de Janiero a firma di Lucio Fontana con il Guidi figurativo prima e poi spazialista. Tralasciando l’esperienza già del 1945 dello stesso De Luigi (presente con un’opera del 1948) con Anton Giulio Ambrosini e Berto Morucchio ( per anni insegnante in Portogruaro)! O ancora dell’Informale degli anni cinquanta di Michel Tapié? di questo c’è in mostra qualche opera, ma senza il salto delle Biennali fasciste, e della presenza magari in riproduzione degli artisti americani della Guggenheim esposti nel padiglione greco nel 1948 i quadri sembrano solo cambi di stile artistico mentre sono rivolgimenti socio culturali. Inoltre se il Comitato Scientifico avesse fatto uno sforzo verso il dialogo col territorio poteva mettere in dialogo un pittore friulano che ha esposto diverse volte alla Biennale in quel periodo: Umberto Martina, ritrattista favoloso, che poteva essere posto in correlazione al bel ritratto presente in mostra di Marco Novati. Il Martina ha lasciato traccia potente del suo lavoro nel Duomo di Portogruaro con 4 opere a chiusa dell’organo. Infine perché non pensare nel 140esimo della nascita di Luigi Russolo a Portogruaro, cofondatore del Futurismo, che fu nel gruppo futurista delle Biennali del 1926 e 1930 e firmatario con Mario Sironi del Manifesto futurista Contro tutti i Ritorni in Pittura rivolto alla Margherita Sarfatti, intellettuale ebrea, amante di Mussolini poi riparata all’estero dopo il 1938 per le leggi razziali (citata nel comunicato Stampa). La Sarfatti spingeva per il ritorno alla pittura quattrocentesca col gruppo del Novecento Italiano. E ancora: il Russolo che torna ad una pittura detta da lui Classico Moderna che ben si sposava con una certa “metafisica” alla De Chirico. Presente tra l’altro nelle Biennali del 1950/1952/1960. Ecco questa è una diversità di percorso, una diversità di scelte che poteva animare di tutt’altra luce la mostra rendendola importante, Mentre ci fa dire che tutto sommato siamo di fronte ad una mostra senza grandi scoperte, di media caratura, fatta per un gusto pittorico più che scientifico. Tanto valeva, ed era più corretta nel senso di riconoscenza dei pittori “nostrani” la mostra di Caorle: La Stagione Illustre della Pittura Veneta, curata da Antonio Zanon nel 2022 che vedeva il 70% degli stessi protagonisti, ma in modo esaustivo e completo del loro ricercare il senso della pittura dentro il proprio territorio.
Boris Brollo
dal 13 DICEMBRE 2025 al 12 APRILE 2026
Orari: martedì – venerdì 14.30/18.30 – Sabato, Domenica e Festivi: 10.00/19.00
info: tel. 0421/564136 – mail: info@palazzovescovile.it