Una singolare storia oggi dimenticata ai più, di una vecchia valigia abbandonata e poi dipinta da ben ventisette pittori che divenne il simbolo di un amichevole cenacolo tra artisti, di un sodalizio che aveva come punto di ritrovo e come sede espositiva il ristorante Gorizia in Calle dei Fabbri a Venezia, dove ancora oggi si trova la valigia. Ecco allora come questa esperienza dei “Pittori della Valigia” (1947) diventa una parte rilevante della storia dell’arte veneziana del ‘900: dipinta quasi per caso e per gioco, essa si trasforma così nel simbolo di un sodalizio, o meglio di un cenacolo amichevole di pittori, che assumerà il nome di “Magnifico Ordine della Valigia”. Ecco alcuni dei loro nomi: Giuseppe Cherubini, Fioravante Seibezzi, Felice Carena, Marco Novati, Eugenio da Venezia, Cosimo Privato, Carlo Dalla Zorza, Mario Varagnolo, Luigi Scarpa, Neno Mori. Importante ruolo all’interno del gruppo fu quello dello scultore e pittore Otello Bertazzolo. Ma la storia che racconto con la mostra “Arte in Valigia” condivide solo l’aspetto esteriore del dato pittorico per assumere invece il valore storico e psicologico della valigia. Storico in quanto la mostra è collegata al Museo dell’Emigrazione “Diogene Penzi” di Cavasso Nuovo. Museo costruito sulla emigrazione friulana di fine Ottocento e primi del Novecento in cui sono raccolte foto, documenti, passaporti, lettere e valigie degli stessi migranti. Ben esposti ed enumerati, accanto a strumenti di lavoro e progetti in disegno della scuola per apprendisti di mestiere legati al mosaico, tipico della zona. Essa scuola nasce in Sequals, dove degli esempi primi di mosaico sono visibili nella villa di Primo Carnera, e poi evolutisi nella scuola di mosaico della città di Spilimbergo a qualche chilometro di distanza.
Alcuni scalpellini friulani hanno lavorato sul Monte Rushmore nel South Dakota dove sono ritratti nella roccia i volti di alcuni presidenti americani: George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt ed Abraham Lincoln. Il dato psicologico della valigia è tutto implicito in ciò che ci segue nel nostro peregrinare per il mondo ed è carica di oggetti transizionali pieni di ricordi personali e famigliari. In fine il dato artistico in quanto con le valigie furono costruiti muri, come quello di Fabio Mauri ad una recente Biennale veneziana che ci fanno capire la divisione del mondo, i suoi confini e le difficoltà di superare luoghi con mezzi di fortuna. Oppure l’uso della nave come possibilità d’oltreoceano per le vie del mare per essere accolti in paesi dove eravamo considerati a dir poco stranieri e quindi diversi. La mostra Arte in Valigia, che si tiene al Palazzat di Cavasso Nuovo fino a fine dicembre, tende ad addolcire tutto questo attraverso la modalità del colore e della interpretazione sensoriale di una valigetta di 48 h in alcuni casi dipinta pure all’interno, quale momento intimo del ricordo, o rivisitata come “scatola” multiuso, anche per trasporto di denaro o di cocaina. Ovviamente questo è un taglio moderno dello strumento valigia che rimanda all’ironia di Totò ne I Due Marescialli che con una valigia a doppio fondo rubava le valigie lasciate momentaneamente abbandonate da sprovveduti viaggiatori.
Boris Brollo
Nota:
La mostra è a cura di Morgan Caneva e Giampietro Cavedon.
Vede fra i 35 partecipanti: Andrea Vizzini, Marvin (Marta Vendrame), Marisa Milanese, Cesare Serafino, Lorisandrea Vianello, Bluer (Lorenzo Viscidi), Clara Brasca, Domenico Scolaro, Lazzarini Stella , Leda Vizzini, Cavedon Giampietro, Martini Carlo, Giorgio Celiberti, Simon Ostan Simone.